Niímptem. Un diario

La dimora del tempo sospeso

Massimo Sannelli

“La metrica è il vestito dei pensieri. Mentre voi interpretate il contenuto – perché le idee vi ossessionano, e a scuola vi hanno insegnato a cercare e parafrasare il contenuto – io cerco di interpretare il contenuto della forma. Esempio: nell’Orestiade di Eschilo c’è un epiteto, quindici volte, e Pasolini non lo traduce mai – e nessuno se ne accorge. Io penso che questa assenza formale abbia un contenuto. E che lo abbia di per sé, contemporaneamente al contenuto mitico e religioso dell’Orestiade e della sua traduzione. Ma questa assenza formale non è il contenuto parafrasabile, amato dalla scuola. Si tratta di un contenuto diverso.
Se la metrica è il vestito dei pensieri, non basterà descrivere gli accenti. La descrizione non è analisi, ma una tautologia. Per forza.
Se la metrica è il vestito dei pensieri, il vero contenuto non è…

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letture amArgine: Massimo Sannelli, estratti da Memoriale della Lingua Italiana

almerighi

Sarà che quando entra l’acqua nelle scarpe viene una voglia feroce di sfilarle e scagliarle lontano.
Sarà che ogni cammino (o più laicamente, percorso) è qualcosa di talmente personale e inimitabile da essere onestamente ingiudicabile.
Sarà che romanticamente provo simpatia per chi, destinato ai piani alti della Ditta, manda tutto a monte e ricomincia. Riscrive.

Trovate l’intero e book di Massimo Sannelli qui:

(pag. 11)

Non vuoi ancora perderti, ogni volta, di prova in prova:
osso per osso e mente per mente. E un cane-attore
lecca e morde un altro cane-attore,
perdente.

L’uomo, che è qui, non è comune,
è ricco, ma non è borghese, ed è in carcere.

Oggi è sul letto, solo; e guarda in alto
con calma. E prima o poi un colpo scende
o lo stupro, va bene? Questo è il primo
atto qui. All’attrice:
impara la sua voce e ricomincia
lo schifo delle M e…

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Est quod Est di Giovanni Campi.

Inkistolio: Storie Orticanti

Paul Klee. Città con cattedrale gotica. Paul Klee. Città con cattedrale gotica.

Il Signore si trovava, come in un più che imperfetto presente, ora al di qua della città senza niente sopra, ora al di là della città senza niente sotto; ora al di qua della città circonferenza, ora al di là della città quadrato; ora al di qua della città esagono, ora al di là della città fortezza. E viceversa: ora ad di là della città senza niente sopra, ora al di qua della senza niente sotto; ora al di là della circonferenza ora al di qua della quadrato; ora al di là della esagono, ora al di qua della fortezza. E allo stesso modo ora sopra, ora sotto; e viceversa.

Se cosí le cose, ma come non si sa, né se cosí; ma se  cosí le cose, il signore si trovava insieme al di qua e al di là d’ogni angolo, lato, punto, porta…

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PLEDGED TO POETRY

Chiara Adezati
Pledged to poetry

Indice

Capo I, Risorse e riserve
Capo II, Tragico incipit, Lettera ad un neonato
Capo III, Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero, Articolo per il quotidiano
Capo IV, Minima moralia
Capo V, Sul passato en passant
Capo VI, Una soluzione finale

Capo I
Risorse e riserve

La vita che non ha accesso, quella irraggiungibile, che ci sembra scorrere lontano, un fiume in cui non ci è dato immergersi: è quello che vorremmo.
La vita au bord de l’eau è quella che ci tocca, se pure l’altra non ci sfiori: cosa che non è dal momento che la guardiamo. Chi dice che occorra bagnarsi tanto? Andar oltre? Se nella vita quando si oltrepassa una soglia se ne presenta un’altra.
Non pare poi gran rinuncia sostare sul limitare della cosa se la sappiamo quasi impenetrabile. Lo sguardo e ciò che avremo di più sottile potrà permearla e così infondere qualcosa di noi nella materia estranea, come negli occhi di un altro.
Se neanche la parola avrà accesso, o la preghiera muta, sarà un’onda elettromagnetica, un ormone o altra particella ancora da scoprire che migrerà da noi a là, la taciturna presenza di due esseri apparentemente separati.

Capo II
Tragico incipit
Lettera ad un neonato

“Peso leggero il lenzuolo di lino
l’augurale camicina di seta.”

Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.
Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.
Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami tu certo l’avverti il vuoto.
Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.
Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.
Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.
A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.
Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.

Capo III
Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero
Articolo per il quotidiano

“the smouldering embers blush”
J1132 E. D.

Furon già più che cibo per i gatti, materia prima per divinazioni. Oggi più che sacrificate quasi abolite. Recuperare il rito significa materializzare letterariamente il momento: quel presente che vive solo tra passato e futuro ma vive solo se li assorbe del tutto, senza vanificarli, senza il minimo spreco.
Tutta la memoria e tutta la fantasia si concentrano in certi fortunati attimi delle nostre vite, allo stesso modo del cibo che nelle interiora preposte deposita essenze.
Sostanzialmente elementi molto volatili, come ossigeno e sappiamo quanto vitale, anche ossigeno carburato spesso, cioè legato al carbonio che sappiamo costituire pressoché tutta la materia organica, come dire quasi tutta la natura, in pratica il pianeta. Terra, humus: compresi i cicli di rigenerazione.
Insieme all’acqua, o all’aria più o meno umida, sono allo stato attuale questi i pochi dati della chimica e della fisica, delle scienze insomma che abbiamo dovuto e voluto rammentare qui per riconoscimento, noblesse oblige.
Ma che purtroppo sono ben lungi oh quanto lungi, dal sollevare il nostro presente.
Paura e preoccupazione non ci facilitano il compito che tutti ormai vorremmo assumere, ormai propagandato da tempo ma quindi anche già svuotato da ideologie mentali.
Arginare il crollo che in genere ci sovrasta vuol dire impegno testardo a stare nel presente, quello arricchito cioè, quello che racchiude in sé tutto il passato, tutto il possibile futuro.
Hic et nunc non è semplice. All’uopo prospettavamo pocanzi per soccorrere alla bisogna, un rito. Che sia antico o variato, di per sé un rito sacrificale che asseconda la tendenza già forte di concentrarsi su una perdita, un fatto decisamente frequente sia per le speci nell’humus che per l’humus stesso.
Se il presente è la perdita, sarà un primo passo farne un rito e che ci assorba il più possibile per il momento. Ah poveri noi quanto e quanto spesso dal più futile e insignificante gingillo al sommo bene ne lamentiamo.
Non è fine a sé stesso il lamento; per quanto possa disgustarci irritarci sui marciapiedi della fretta, se lo convogliamo gentilmente nel rito, lo contempliamo con un tocco di distacco, lo consideriamo una richiestadiaffetto, in breve. Ci disponga all’ascolto, si faccia un benedetto silenzio finalmente, taccia il turbine solito che ci distrae. Ben venga il rito.
Là per là, siccome non si può rimanere senza nulla, voglio dire sgombro l’animo se non dall’afflizione, chè si può sì tentare di fare il vuoto piuttosto orientale e tanto decantato. Però non si entra mai nei buchi neri, sebbene li si studierà ancora a lungo. Non pare adatta la nostra materia a farsi antimateria, o in qualche modo ad essa compatibile.
Facciamocene una ragione, e immaginiamo un rito. Lentamente e gradatamente l’attenzione si sposti si focalizzi. Brucino pure qualche grammo di interiora animali, ne scruti pure qualcuno i fumi e altri segnali. Noi osserviamo l’aria e annusiamo l’atmosfera. Non è cosa da nulla. Non di poco momento. E siamo vivi.

Capo IV
Minima moralia

…ho pensato a una mente viva – una mente intera – completa fin nei minimi particolari. Con tutto quel che si sa, quanto poi non si sa? Un tempo immaginavo che uno sapesse tutto a eccezione di una specie di nocciolo misterioso (o quanto meno ne aveva la possibilità). Ma ora credo proprio il contrario.
K. M., Letters, 17.1.1921

Fra i due poli, “tutto è già stato detto” e “tutto è ancora da dire”, entrambi interamente veri, sapersi situare è per lo scrittore trovare la propria misura di tempo dedicato a scrivere e tempo dedicato a leggere. Per scrivere l’importante è leggere: chi leggere e quanto, ognuno sa, sentirà da sé seguendo suo gusto. Solo questioni di buon senso quelle a cui si riducono tutte le cose che si possono tramandare di generazione in generazione, e in fatto di consigli. I maestri di uno scrittore sono via via coloro che egli sceglie di leggere continuamente e con passione.
Le forze del sentire e la passione per la scrittura altrui, la gioia con cui si legge: sono qui i paesaggi, gli unici dove può presentarsi la nuova ispirazione e qualcosa da raccogliere che ti è stato offerto, ha messo radici e ora ti “ditta dentro”.
Il modo nuovo in cui dire sempre le stesse poche cose, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni che prova l’umanità intera e fioriscono tutto l’humus, la novità che potresti aggiungere a quel che già esiste e fu e a quel che ne resta, è una questione di fatica sulla forma, di molta esperienza e di lunghe prove e lavorìo; ma nasce anche la creatività, il seme di essa, la voglia di fare, nasce sempre dall’ispirazione.
Da qualcosa che sta oltre la nostra esperienza sensoriale, dalla capacità di accogliere chi ci ha preceduto, capienza, dall’empatia con cui leggiamo. In ottica storica le piccole variazioni, quel che ci può apparire una minima crescita dell’umanità nella stessa definizione di umanità e altro, da quando esiste il coltivare, da posizioni preistoriche piuttosto che dal cannibalismo, alle conoscenze dell’aggressività che vorremmo acquisire: cambiamento che è stato e altro che auspichiamo sono i minimi spostamenti che chi scrive ha il compito di rilevare, il suo apporto, il suo mestiere.
La parte di ombre che fa giungere a coscienza sarà una piccola parte rispetto all’enorme vastità del mistero che ci pervade e avvolge e rimarrà mistero, insondabile. Ma la piccola parte che a volte si illumina in parte, e in parte a nostro favore, è diversa di volta in volta; il mistero è come un mare pieno di correnti che formano onde e rivoltano senza fine inesorabilmente finchè ci sono, le particelle d’acqua.

Capo V
Sul passato en passant

Fortuna puoi dirla ora se, posto che il cuore sia sgombro, ha luogo la gioia. Ne accenni l’amico di sfuggita la bellezza e tu gioisci.
Erano troppe. Erano così tante le cose che giocoforza le chiamassimo promesse. Era tutto un invito. La festa attenda dicevi senza neanche chiedere quale. Una delle tante. Erravi il nome. Non sono morte le speranze. Quelle e troppe erano le cose.
Fu solo naturale e ovvio ci figurassimo, data la profusione, alludessero ad altro.
Non fu colpa l’abbaglio.
Quando il paesaggio cambia, si fa arido, volata la fertilità, impossibile illudersi, lo sai e non sai come, le cose ora sono poche. Fai forse meno passi più faticati pur negli stessi luoghi, e dove tu giovane e dove ora il giovane vede altro. O sono occhi vecchi che non vedono come una volta. Sia come sia.
Vedi che nemmeno hai scelta. Se ancora avrai vita sarà questa. Una cosa ogni tanto. Ma sai che non è altra da sé.

Capo VI
Una soluzione finale

..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura? (T. Landolfi, Del meno, 1978 – da La valigia)

Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.
La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.
“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare ché ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, ché aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.
Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.
Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.

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natalizio e auguri a tutti

Tragico incipit

Lettera ad un neonato

“Peso leggero il lenzuolo di lino

l’augurale camicina di seta.”

Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.

Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.

Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami,  tu certo l’avverti il vuoto.

Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.

Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.

Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.

A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.

Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.

Francis Ponge, Le more (traduzione di Valerio Magrelli)

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere riempite da una goccia d’inchiostro.

Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta, offrono lo spettacolo d’una famiglia altera nelle sue diverse età.

Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

Ma il poeta, nel corso  della sua passeggiata professionale, li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,  dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more, perfettamente more sono, e mature — così come è fatta anche questa poesia».

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Una soluzione finale

..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura?                                (T. Landolfi, Del meno, 1978 da La valigia)

Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.

La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.

“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare chè ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, chè aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.

Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.

Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.

prosalirica

Chiara Adezati

PAESAGGI DI UN PAROLAIO

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Indice

  • La scienza della coscienza
  • L’operatore turistico (operetta)
  • Stromboliana
  • Meditazioni mediterranee
  • Janu dedita
  • Capienza: pieni e vuoti
  • Violette di viottolo
  • Niente se non vivere, vivere e nient’altro

La scienza della coscienza

Oh ora felice! che passi come le altre. Il bello dell’onda che culla, poesia della vita. Finalmente ho trovato cos’è: la gioia di affezionarmi! A chiunque. Comunque sia. Il moto adoro di provare l’immoto attaccamento costante.

Ho trovato la costante della mia vita tra parentesi, quindi l’equazione nella semplice formulazione, risolta da complicate variabili.

Chiare e tonde, queste; ma poco ahimè dipende da me.

V = K (x).

Vale sempre.                                                         (tecnicamente: ambito di defnizione. N.d.a.)

Significa che qualunque andamento assuma la vita, in salita, in discesa, con o senza picchi, c’è sempre una relazione stretta, diretta, fra la vita e questa costante.

Abbaglia, la scoperta; come mi fosse caduta la mela in testa, come il genio dell’energia, come il quanto fondamentale, come la dimensione , come i due poli della pila, come la legge di natura. Sconvolgente come aver collegato la morte alla vita, come il bagno pitagorico. Come dire sì e no. Paradossale semplicità del complicato complice.

Risibile speculazione quando basta dare un nome alla cosa. Nel sistema finito delle incognite permette soluzione: eleganza.

L’operatore turistico (operetta)


Per progettare una vacanza si colloca un calendario a fianco a una carta geografica, si sceglie una data su quello e un luogo su questa, si crea un collegamento, si raccolgono nei pensieri informazioni atte ad esaltare il desiderio di tali congiunture, onde si dia luogo a procedere; indi si racattano quattro ravatti e si parte.

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Stromboliana

Arrivando a vela sotto il vulcano al crepuscolo, lapilli rossi incandescenti rotolavano rimbalzando lungo i fianchi fino in acqua.

A notte fonda a lato del conico cratere splendeva la luna piena.

Sul mare nero, in perfetto silenzio, sotto il mascone si congiungeva placida la scia gialla della luce lunare con quella rossa dei riflessi dell’eruzione.

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Meditazioni mediterranee

L’amore che voglio è sullo sfondo, un orizzonte che si allontana e si avvicina, su onde mosse. Con le lenti d’ingrandimento del cannocchiale la prospettiva si avvicenda in alternanza. Da me a altro da me. Sola, tutt’uno col mondo.

E la passione ha la consistenza, fra il liquido e l’aeriforme, delle nuvole. Foriera di cambiamenti, è per lei che si cambia; persino il carattere, in lunghe evoluzioni.

Il mare è un sogno. In cui si trova traccia di tutto quello che c’era nel cuore dei morti.

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Janu dedita

Ogni cosa…e il suo rovescio. Infinito biforcarsi. Penso a qualcosa di fluviale che torna al mare accresciuto dalla permeabilità. Emissari. Restituibilità ambientale. Inesorabili guardavo assorta compiersi i riti della vita e della morte.

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Capienza: pieni e vuoti

Tacere è l’unica risposta adeguata. Mai pensieri per me sola. Che non dovessi subito dire. Il passo breve a pensare quel che si ‘deve’ dire. Non vedrei il senso di pensare, se non per dire. Ma così per dire.

Due diversi filoni intersecati. Il fare pensiero e il fare parole. Come un codice genetico: bello l’elicoidale!

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Violette di viottolo

Non ho sbagliato l’entrata. E’ proprio questa. Questa e nessun’altra è la mia vita. Proprio la mia; la mia e di nessun altro. Nemmeno la rubo a fianco, dritta per la mia strada, se solo intravedo il mare. O il cielo, o la mimosa in fiore. Oggi un pugno di violette su un binario arrugginito.

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Niente se non vivere, vivere e nient’altro

Il telefono l’ho appeso al chiodo. Al telefono ho attaccato un bottone. Che si schiodi. Che smetta d’essere abbottonato.

Se qualcuno ti manca hai due scelte. O lo cerchi o sopporti finchè impari a farne a meno. La bontà dell’approssimazione: venirsi incontro gettando via gli orpelli.

Sinite pargulos… Siamo tutti bambini rovinati.

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