1984, ed. Ripostes

poesia, raccolta numero uno

CONVALESCENZA
Poesie  (1979-1983)

Chiara Adezati

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Indice

Un sole di mezzogiorno
Venerabile in tonalità maggiore
Formulare minuziosamente
Rigenerazione a pagine di sacro
Càpita diventando vecchi
Benessere nordico
Insostituibile individuo
Genova
Congiuntivo sospiroso
Strategia campagnola
Senza titolo
Occasione
Distinto d’istinto
Mica sempre
Erica
Romper le fila in soluzioni macromolecolari
Il mio io sei per sei
Lucciole superstiti
Sane consuetudini
Animale d’ombra
Antidoto
Uscita
Didascalia esemplare
Intermezzo
Differenza assimi-labile
Invocazione per necessità
Progetto temerario
Lo storico
Senza scampo
Mobilità moderata
Dolce conquista
Landa desolata
Nocciolo secco
Congiunzioni platoniche
Ninfa abbastanza amabile
Supplica non di perdono
Relativi spazi e tempi
Perorazione
Frammento
Intùito e ragione: tener d’occhio per veder chiaro
Il nostro
Immergersi, quest’inverno

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Un sole di mezzogiorno

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Temo mi accechi,
lo sguardo di uno che vede.
Sgomento di Saulo
cavaliere nel deserto;
dubbio che Icaro cada
perché ha osato desiderare.

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Ma è un attimo, il tempo…

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raccogliere un mazzolino
di coraggio. Palpebre mie
di occhi che ignoravo
si aprono a ricambiare
lo sguardo bruciante
di chi mi ha reso la vista.

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Venerabile in tonalità maggiore

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Il mio spirito ha una brulicante
sua vita di sottobosco,
per me di gran lunga determinante,
seguendo la quale si sviluppa la mia.
La macroscopica, la effettuale intera.
Posso procurare intorno un bosco consono,
eventuale opera mia, come può accompagnare
una mamma vecchia che persegue
la valorizzazione, incoraggia per potenziare.
Ma è là dove tutto succede, in embrione,
dove si produce il seme in esclusiva;
e gli altri eventi giungono per lo più
come ariette e brezzoline. Persino
le tempeste lasciano del substrato
preesistente qualcosa di intatto.

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Formulare minuziosamente

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Stupisce me stessa desiderare
il tragitto a piedi. Innanzitutto
non preoccuparmi di essere vista;
voltarmi tra i 180 gradi orizzontali
e anche in alto lungo i palazzi,
verso il cielo, riappropriarmi
della luce e della tradizione,
del consueto solitamente sorvolato;
lasciarmi persino incuriosire
dalle persone e merci esposte.
La mia camera fa già parte
del circondario. L’aggiunta
è solo apparente: non è sminuita
la mia solitudine signora.

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Rigenerazione a pagine di sacro

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Maestoso e regale, tranquillo
come un papa, beato come un pascià,
sorseggia il suo the nella stanza
dagli scuri abbassati. Secolare
e temporale, fresco come una rosa,
a ciel sereno, siede nella penombra
irradiata a strisce da infiltrazioni
di corpuscoli luminosissimi.

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Se vuoi bere il the devi essere regolare
come una macchina, mi disse una volta…
in tono allegro, forse mezzo scherzoso.
Come se mi invitasse, in una stanza mia
o che considero tale pur osando di rado
varcarne la soglia: e lui non si muove di lì.
D’altronde è mio ospite permanente
per ricevere mie brevi visite.

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C’è qualcosa di reciproco, che ci confonde.
In tutto e per tutto mi rimetto nelle sue mani.
Italia mista d’antico, sparso ma costante;
interpretazione segnica: sono io a guardare,
io colpita che scelgo, e il significato è in me.
Con sua buona pace, rispettabile Mister Inc!
Mi parli, di quel che vuole, mi fa bene.
Libero è così amabile. Sconosciuto così desiderabile.

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Il segreto è che sentiamo molto di più
di quanto riusciamo a notare. Segreto
perché non detto e segreto per dire di più.
Avviene palesemente sotto occhi altrui,
mentre ne cogliamo segreti…
che ci riveliamo alla luce del sole.
Quello che so è che lavora per me,
solo per me, e si diverte.

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Càpita diventando vecchi
di stare più che quieti
a lungo nella stessa posizione
sulla panchina e
forse è rattrappirsi che invecchia.
Senza batter ciglio pensavo
alle mie ossa e
càpita un pettirosso, arzillo.
Saltella e mi occhieggia
mostrando un profilo poi l’altro.
Motivo in più per non spostarmi.

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Benessere nordico

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Tutti i punti sono cardinali.
Al nord volto le spalle
e inclino anche la testa,
all’indietro, al vento
un po’ freddo delle solitudini
archetipiche, degli interni caldi
circondati da distese vaste
e silenzi, dove il fuoco
è uno unico, in vivo
contrasto, incontrastato.
Altrove, sì, guardo, ogni tanto,
al rigoglioso sud; o mi aggiro
sfrondando nei giardini
variformi, variopinti eppure
sotto un unico sole; di cui dicono
nasce sempre a oriente
e viaggia a morire in occidente.
Io lo sento sulla pelle da dietro,
conciliante richiamo.
Dovunque mi trovi
è unica la direzione verso l’interno,
antica, comune; e ce n’è tante
quanti i nuovi punti, lontani
tuttattorno, quelli che solo sola
posso eventualmente occupare.
Non so la mia appartenenza
se non a questa posizione,
né mi curo d’altro.

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Il nostro

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El arte debe ser como ese espejo
que nos revela nuestra propria cara.
J.L.Borges

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Al chiaro di sole, e a quello della luna,
alcuni gesti: a svelare, quand’è sottile,
scoprire, quando è inverno, scoperchiare
cosa bolle in pentola o persino i sepolcri,
per resuscitare. In simili musiche danzate
si risveglia attivo, e sta il nostro poter fare.

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Fa immagini riflesse nello specchio,
labili e per occhi abbagliati, fa
di anime che sono come sempre,
il come ora si compongono, alternate evidenze.
Per noi è tutta qui la decisione,
tutto è l’accurato uso, l’arte.

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Precisi, morbidi e duri, sono i destini.

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Genova

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Se ho voglia di una poesia
e abbastanza tempo
e cibo da smaltire,
infilo carruggi
in guisa articolata,
dalle gambe quasi solo,
e raccolgo le fantasie
intricate dai miei predecessori,
disbrogliando nomi in alto,
anneriti. Scorci di antichità,
fettine di cielo, sbirciate.
Completo con lo stradario
e qualche memoria. Della Rosa,
del Pepe, della Luna, del Duca,
del Tempo Buono, della Scimmia,
dell’Amor Perfetto!
Senza neanche tralasciare
Droghieri, Orefici, Macelli
e un Campetto. Croce Bianca,
Fava Greca, seguite,
Dietro il Coro, Quattro Canti…
Orgoglio di una razza
una patria che mi elegge.

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Congiuntivo sospiroso

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Niente d’interessante.
Non è un aggettivo.
Può darsi, magari…

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M’interesso
compatibilmente.
Al tempo del verbo.

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Al giorno d’oggi,
quel che succederà domani,
data dell’altroieri.

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Non sto più male,
fatico – spesso.
La fatica maggiore,

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non ultima, può venire,
so qual è. Fatico,
sì e no disinteressata:

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per la gloria pura!
Semino poesia a manciate.
Impalpabile, il polline d’oro.

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Strategia campagnola

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In questo esercizio si protrae.
Cauta, distesa, l’avanzata. Fiera.
La ritirata si raggomitola,
a scatti, ancora felina, superba.

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Ritrosia acquisita: fra debolezza
e forza, chiave di moderazione.
Strisce di nuvole coadiuvanti,
ora il silenzio fruscia, reclama.

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Cieli so immaginarne quanti voglio,
però quelli che vedo sono altri.
Minuziosi illustrano il momento.

D’altronde i gatti stessi hanno facce.
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Quel grande ricamo in ferro battuto,
aperto o no, s’intravede il giardino.

Non occorre oltrepassare il nesso…
Sto in bottega; dalla soglia guardo.

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Occasione

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Vale, opale ovale!
Tu, arcobaleno fra le nuvole,
mi portasti un pegno.

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“O” per stupore
di bagliori e colori del fuoco,
“pale” thy milky surroundings.

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Rosso e multicolore sfolgorio,
bianco, perciò multicolore,
incarnato cangiante.

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Valida promessa, vali responso-abile.
Siimi rispondente – pronta e delicata –
come alla luce.

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Insostituibile individuo

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Si possono scorgere molte rovine.
Disabitare un angolo è la fine,
sì. Conoscendoti,
ho aggiunto nuove stanze al palazzo.
Più specifico di un enzima, sei.

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Distinto d’istinto
(voce dell’archivista)
I find that the longer I know people
the more they puzzle me.
W.S.Maugham, A friend in need

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Finchè la conoscenza è nuova,
classifico,
finchè speci di sottospeci
moltiplicate,
sbalzi in rilievo dalla gabbia
il singolo, atipico.

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La massa mi giace in scomparti
Di cassetti;
di una persona più ne so,
meno inquadro.
Solo l’ignoto è anonimo.
Diversa solitudine

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più in là ritorna, un caso a sé.
Tempo dopo.
Vago ricordo l’ascendenza,
“chi somiglia”.
Agli albori del primo incontro,
già mitico!

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Cimeli di fotostatica
In soffita
le sottigliezze smussano
fisionomie.
Il corpo ora è movenze,
distribuzione in peso.

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Mica sempre

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Ho bisogno del vestito buono.
Designato per i giorni più luminosi
e le notti più buie.
Con tutti i suoi colori e delicatezze
starà più spesso riposto,
eppur nei miei vagheggi.

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Ho bisogno del vestito frusto,
elevato a dignità dal logorio,
macchie d’abitudine;
con falsa noncuranza, affezionato.
Informe su gagliardi impulsi,
morbido, liscio e spento.

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Osè in un modo o all’altro,
di fascino velato,
gorgheggio eppure curo
non me lo si porti via.
Smodato e fuori moda,
è la mia dote eccelsa

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e resti patrimonio di mia figlia.

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Erica

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Io sono un libero pensatore.
Cittadino del mondo, ben pensante.
Miro al successo, non alla fama.

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Mi occupo di leggere.
Di tanto in tanto scrivo.
E infatti ne viviamo

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io e i miei congiunti.
Solo dopo morta mi divulgherò,
per distrarmi solo dalla tomba.

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Romper le fila in soluzioni macromolecolari

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Se qualcuno dei pensieri vigenti
rimane non pensato
se ne va il suo vigore;
ci si trova un peso incomprensibile
e ostruisce il corso.

Non sa dove attaccarsi,
altri girotondi s’ingarbugliano,
ripiega su sé stesso
senza capo né coda,
cerca un pretesto che gli corrisponda,
vaga mortificato.

Né cederà al suo sonno.

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Il mio io sei per sei

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Non sarebbe da me.
Grido, o anche urlo;
non modulo: ascolto
in me e chissà chi
provenire ignoto.
Sentimi ma sappi.

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Antidoto

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Erba del vicino, inaccessibile.
Come da proverbial definizione.
Avvicinabile, o dolci visite,
la si riscontra simile alla propria:
si tratta qui di fiori intercalati,
coglier scorci più unici che rari,
avvicinare il colore, aspirare.
Fruirne oltre il limite, se invitati,
risulta stabilirsi in casa d’altri.
Regale discrezione, per lo meno
in tempo di pace, senza invidia.
Piuttosto comune a noi regine,
se ben guardiamo, certa unicità.

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Lucciole superstiti

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Visioni d’interni, raro giubilo.
La membrana è poco permeabile,
e rara sia la rappresentazione.
Passaggio delicato, porta stretta.

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Viscerali residui sviscerati,
esseri indifesi, non resistono
l’esterna atmosfera rarefatta,
le intemperie accidentali del tempo.

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Si disfa, si decompone, svanisce.
Battaglie nel mondo muscolare.
Pesce fuor d’acqua, l’emozione priva
di pensiero e navigato racconto.

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In forme decenti riesce il trasporto.
Cura, fatica sia, non idolo.
Testimone profeta l’allusione,

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augure messaggero il segno.
Invito ripetuto, acceso e spento,
l’involucro che adorna la finzione!

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Sane consuetudini

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Una parola è in auge,
una alla volta;
se l’intuizione riesce
ad afferrarla,
dev’esser quella sola
nel suo retino,
anche se sfarfalleggia
fra tante altre.
Non distingue colori,
a tuttaprima.
Se l’osservo, trionfo
ma è per copiare
Il suo. Ricamo lenta:
resta vicino
più a lungo, l’essenza,
l’aria ricorda
che già l’ho rilasciata.

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Intùito e ragione: tener d’occhio per veder chiaro

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Il soggetto pensante, confinato all’estremo esterno,
abbarbicato a cinque sensi e qualcosa, frazionarii,
alerte vedetta, spalle al muro, s’ostina a spiare
l’intimo possedimento che ancora non ha nome,
il cui perpetuo attrito sprigiona scintille di brama.

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Animale d’ombra

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Non solo lenta va la tartaruga,
anche paziente, carica di tempo.
Quando sbircia sull’orlo di un burrone
allunga il collo, il percorso, mai il passo.

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Il tramestìo il rumore improvviso
gli affollamenti…la cattura evita.
L’alito di follia, carogne, puzza
non la trattengono un minuto di più.

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Tortuosa per attributo intrinseco,
dura corazza. Però non sorvola.
Gira e rigira si fa i fatti suoi
e forse sa che può finire in brodo.

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Feroce se procede o si ritrae,
sotto le foglie; forma di relitto.
Usa cautela, ancora è curiosa:

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chi ne catturi soltanto lo sguardo,
lo punta umido l’occhio vigile…
perenne mistero, si ferma, è dolce!

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Didascalia esemplare

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Per quanto liscio il mare è sempre orlato
di crestine spumeggianti sull’onda.
Nel caso la veduta fosse aerea,
complessiva, da distante la costa
è sempre frastagliata:

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la terra sa che il mare è suo,
e solo i confini comuni.
Così quel che sappiamo,
interdetto ai limiti del sapere,
allunga il perimetro.

Si sofferma fra ottantamila veli.

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Intermezzo

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In the morning when it comes
a completely different day
I’m having my free wheels thoughts
for breakfast but if
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you laugh at me or pull
my leg or whatever,
I tell you – listen –
I won’t tell you to listen.
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Differenza assimi-labile

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Toccato da sorte felice l’uomo,
dev’esser successo, a quei tempi,
sentì cantare le donne in attesa,
tornò all’improvviso. Riferì agli altri;
da allora resta o va sol chi ne ha voglia.
Femminile ingegnera in America
non trova, ancora, un consesso che canti.

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Invocazione per necessità

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Distanza! Propria di cose simili,
appropriata a buon vicinato.
Gli estremi davvero si toccano
in quanto non lascino vie di mezzo.

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Benchè, se follia imperversa, non potrei
sentirmi più lontana; pur, memore,
considerata, se queta. Pur sana,
fragile. La minaccia mi sa in guardia.

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Teorema di geometrie, dedurre
quant’io ne sia intrisa.

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Progetto temerario

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Amo le montagne, parentali,
che mi costrinsero in paesaggi,
a fantasticarne gli orizzonti.

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Meta il cielo se le nubi sottili,
le nuvole se il cielo offre sfondo.
Ma c’è chi mi costringe in una stanza

.

dove il tesoro è localizzato,
a dissotterrarlo, e ripulito
lasciar luccicare oro zecchino.

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Non so tanto di lui, tuttavia,
quanto di ciò che provo intorno.
Stringer legami sciogliendo nodi

.

Penelope attende.

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Congiunzioni platoniche

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Al concreto penso in astratto.
Solo il binomio non perde fascino.
Non mi astrarrò dal sensibile,
pur pauroso. Non da un oggetto al mondo.
Risalirò – per aspera – agganciando parole,
funi del simbolo polivalente.
Or l’una or l’altra stella.
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Lo storico

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Non m’adopero a cercar felicità,
che san trovarmi, come gli altri eventi.
Or m’alletta e m’allieta, di mercato,
convegno ai bordi appartati di piazza.

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Tacito accordo di saggi discerne
incantate realtà incartate: fatti,
da empiriche percettività, anch’esse
pulite ad altri scambi, soggettive.

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Scarni nuclei uniscono gli incontri;
nominarli fa sì che s’avverino
appieno, conclamati. Riferire.

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Senza scampo

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Confesso, ammetto, assolvo:
inferiore a nessuno
nell’essere me stessa.
Ben meglio di chiunque.

Da i talenti il compito.

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E dubito che alcuno
sia in sé più che io in me.
Par’agone fra pari.
Quantità di qualità…

effimero numero.

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Mobilità moderata

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Lo sguardo coglie fiori, in basso
raso terra, sottofondo di salici piangenti.
Ma in alto gli olmi ondeggiano:

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ripetuti inchini di cime e tronchi,
moto comune al gruppo. Sciolti
distacchi appena trattenuti

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di fronde carezzevoli, individuali.
Foglioline oscillano tremule
al sorriso accennato del vento.

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Dolce conquista

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Ogni giorno umori, buoni e cattivi,
a sottomettermi. Lena tenace,
l’umorismo compatibile allaccia
girovaghi arabeschi capricciosi.
Placido, senz’affanno, brama indizi
per tener dietro a quel che a mia insaputa
trama e fermenta chi più non sospetto.

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Alchemia odorosa, dietro le quinte,
pretende la resa incondizionata,
guai all’apprendista che metta naso,
o lingua, di rospo, una fattucchiera.
Sommo tributo, me condiscendente,
sia il subito accorgersi, la puntuale
gratitudine per le apparizioni.

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Landa desolata

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Siccità aspetta un grido che laceri
l’afa. Ma tuona e fulmina senz’acqua.
Udrei il lungo sospiro: sto bene,
eppure, dopo tutto, finalmente.

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Una speranza solo è naufragata,
non ho perso altro. Tanta paura.
Amara, ròsa da pena cocente,
rosolata. Frutto dell’esperienza.

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Nocciolo secco

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Il meglio, assoluto di circostanza,
invano sembra eludere il calcolo.
Si insinuano a tratto fine decime
e decimali a sottilizzare
i volumi di tali recipienti.

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Della presentazione repellente
(dare quasi dispera, e il compenso)
tuttavia cerco, fisica o morale,
alla maniera d’Esopo, sincera
almeno la somiglianza animale.

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Ninfa abbastanza amabile

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Vieni presso la fonte, tu che puoi!
Il fiume è anche altrove conosciuto.
Turbolenta in virtù dell’intimità,
sia pure torrentizia; mi do cieca,
non calcolo sassi, quale il cammino.
Prerogativa non sempre facile,
il mio signore mi accoglie scontrosa:
se non disseto do una rinfrescata.
Il cuore è stretto prima che si apra.

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Uscita

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Tegole di absidi
o bifore di torri
a voltarmi la testa.
Passeggio selettiva:
strade già frequentate,
ricordo dettagliato,
non saprei ritrovare.
A sproposito pesa
l’occhio fotografico.
Poi colgo l’occasione,
lo riempio di un tesoro.
Effetto alleggerente!

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Supplica non di perdono

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Nel cielo ancora azzurro beata ho visto
la rotondità obliqua della luna
tosto emergere disincantata
da un arcipelago di nuvolette
e bianca come loro; damigelle,
che l’hanno accompagnata sulla scena,
si sono ritirate in trasparenza.
Lascia qualche grappolo di collera
intricato offuscare vicinanza,
la nostra stretta, primadonna in auge.

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Perorazione

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Nel contenuto sarò breve, dico;
sia contenuto, la forma fiorisce.
L’orecchio interno è un condotto ristretto
mentre l’occhio, impudico, ama i fiori:
non si limitano in appariscenza,
pur se ha qualcosa di austero il biglietto,
romanico contenuto in barocco.

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Relativi spazi e tempi

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Non il corpo è impedimento, portato
a raggiungerti in altri continenti.
Enormi uccelli in transito, materia
nuvolosa, seguon fili di baci
che ti ho mandato, code di aquiloni.
Quando, non visto, ne vuoi uno, alzi
la testa, apri un po’ la bocca: ce n’è.

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Resto ad aspettarti, sostanzialmente,
con la dispensa piena di provviste.
Ormai riposo sulla sicurezza
di incontri volanti, quando vogliamo,
possibilità duratura, appena
differenti, se pur tu sia in faccende.
Parto lontana, forse mi trasformo…

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Frammento

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Se ammutolisco,
con tutto quello che avrei da dire,
ricorda Saffo.
Poco funzionale, al telefono,
pur emozione.

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Immergersi, quest’inverno

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Sole pallido eppure generoso
di tepore che ancor più scalda, l’aria
pura per la recente nevicata;
fra pozzanghere luccicanti a macchie
nel parco senza tempo, controluce,
imito l’irregolare staccarsi
di spesse gocce all’angolo di fronte:
s’infittisce, qualche flam, qualche rullo.
Certo mi sciolgo come neve al sole.

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Dall’orlo della coperta ieri sera,
posate sulla tristezza sommesse
tue parole, d’un tratto hanno affrettato
i battiti dei cuori. Ho risposto
in silenzio, gravida ancora intatta.
Mi piaci e mi spavento; e mi piace
lo spavento che ci rallenta, amore.
Lenta una gioia come largo lago
s’impone. Al nostro prossimo ritorno.

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