Pierre Menard, autor del Quijote, cuento. Con nota.

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Se, come afferma Pierre Menard, leggere è riscrivere, allora rileggere che cos’è?

Un altro libro ancora? Ecco Babele. Con la biblioteca non si finisce mai.

Dunque addentriamoci.

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…Hasta aquí (sin otra omisión que unos vagos sonetos circunstanciales para el hospitalario, o ávido, álbum de madame Henri Bachelier) la obra visible de Menard, en su orden cronológico. Paso ahora a la otra: la subterránea, la interminablemente heroica, la impar. También, ¡ay de las posibilidades del hombre!, la inconclusa. Esa obra, tal vez la más significativa de nuestro tiempo, consta de los capítulos noveno y trigésimo octavo de la primera parte del Don Quijote y de un fragmento del capítulo veintidós. Yo sé que tal afirmación parece un dislate; justificar ese “dislate” es el objeto primordial de esta nota.

Fino qui (senza altra omissione che alcuni vaghi sonetti circostanziali per l’ospitale, o avido, album di Madame Henri Bachelier) l’opera visibile di Menard, nel suo ordine cronologico. Passo ora all’ altra: la sotterranea, l’interminabilmente eroica, la senza pari. Inoltre, ahi delle possibilità dell’uomo!, l’inconclusa. Questa opera, forse la più significativa del nostro tempo, consta dei capitoli nono e trentottesimo della prima parte del Don Chisciotte e di un frammento del capitolo ventidue. So che questa affermazione sembra un nonsenso;  giustificare questo ” nonsenso ” è l’oggetto primordiale di questa nota.

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Pierre Menard, autor del Quijote, cuento. – Jorge Luis Borges , 1939 El jardín de senderos que se bifurcan (1941)

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No menos asombroso es considerar capítulos aislados. Por ejemplo, examinemos el xxxviii de la primera parte, “que trata del curioso discurso que hizo don Quixote de las armas y las letras”.

La presa di posizione, anzi lo spezzare una lancia a favore delle armi, potrà sconcertare ma non può ingannare. Proviene da un uomo di lettere, risaputamene dedito alla Biblioteca, consacrato alla lettura. Se ciò non bastasse, reo confesso e in primis in questo racconto ma anche altrove. In dispregio dell’ideologia, di tutte le opinioni, professa “exacto reverso”, il contrario e l’opposto di quanto “preferisce”. Il verbo preferire, al riguardo, relativizza se possibile, ancor più lo schierarsi effimero, nella vita, così come il fanatismo e l’intolleranza. Problemi di un problema. Le sue frasi sono spade, sono taglienti, sono a doppio taglio.
Perché lo scrittore è tenuto a prendere posizione, se no è all’acqua di rose; perfino la forza di scrivere discende da un prendersi sul serio, darsi importanza, fino all’inevitabile se pur contenibile narcisismo di ogni artista, scoglio di ogni artista. Pavoneggiarsi, darsi arie è un deterrente per il sincero lettore, è controproducente, un pericolo da evitare. Ma nemmeno si vorrà cadere nell’estremo opposto, dello scrittore ‘un tanto a cartella’, del cattivo opinionista, di chi non dice nulla. Una minestra riscaldata annacquata della risciacquatura da gavettoni.

Perché abbia fiamma il suo testo, Borges è pronto a prendere partito per questo o per quello, salvo poi dichiarare candidamente di non annettevi alcuna importanza: non è qualunquista. Se mai pensiamolo una tecnica,  come un mettersi in direzione dell’eternità, dell’immenso e dell’ignoto, da cui tutto si relativizza, la divergenza rimpicciolisce, e le parallele si incontrano. Siamo oltre le nostre piccole logiche.

Anche in questo racconto, come accade altre volte nella sua opera, Borges si dichiara favorevole all’ambiguo, dice di ritenerlo una ricchezza, una pluralità del mondo. Occorre leggere con molta attenzione e saper discernere. Non ci rimane che ricordare quanto appare evidente dopo una certa frequentazione: Borges nasce timido. L’atteggiamento di un timido risulta spesso ambiguo o non immediatamente decifrabile. Lo vedremo declamare con enfasi quando la sua stessa ironia rivela che non è del tutto convinto. Sono prove di declamazione. Ma vedremo con la sensibilità che in un certo altro punto quasi arrossisce in volto, ne è schivo perché lo sa intimo. Allora, come se dovesse trafugarlo, per pudore, inserisce un pensiero sentito con forza, ma lo inserisce quasi di soppiatto nel suo discorso. Facendo sembiante di parlar d’altro, maschera un pensiero profondo come inciso in un contesto che non è in stretta relazione con esso. Sorge all’improvviso a colpirci, frase ad effetto, in una secondaria di un periodo la cui principale nasce solo allo scopo di supportarla. Evita di sbandierare. Questa è un’estetica. Borges si crogiolerà se mai in essa, però senza mai tradirla. Così, nel parlato come nello scritto, l’enfasi del tono andrà piuttosto interpretata che subita. Un modo anche questo per intrigare il lettore.

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Miguel de Cervantes Saavedra

El Ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancia

En un lugar de la Mancha, de cuyo nombre no quiero acordarme, no ha mucho tiempo que vivia un hidalgo de los de lanza en astillero, adarga antigua, rocin flaco y galgo corredor. Una olla de algo màs vaca que carnero, salpicón las màs noches, duelos y quebrantos los sábados, lantejas los viernes, algún palomino de añadidura los domingos , consumian las tres partes de su hacienda. El resto della concluían sayo de velarte, calzas de velludo para las fiestas, con sus pantuflos de lo mesmo, y los dias de entresemana se honraba con su vellorí de lo màs fino.

L’ingegnoso nobiluomo Don Chisciotte della Mancia

In un luogo della Mancia, il cui nome non voglio ricordare, viveva non è gran tempo un nobiluomo di quelli con lancia nella rastrelliera, scudo antico, ronzino fiacco e un levriere da corsa. Un piatto di qualcosa, più vacca che castrato, frittata il più delle sere, spezzatino il sabato, lenticchie il venerdì, qualche  piccioncino per soprappiù la domenica, esaurivano i tre quarti dei suoi averi. Al resto davano fondo la zimarra di castorino, i calzoni di velluto per le feste, con le corrispondenti controscarpe  dello stesso velluto, e i giorni della settimana poi si onorava con l’orbace del più fino.
(Traduzione: Chiara Adezati)

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