J. Conrad, The shadow-line. A Confession (1917)

I

Only the young have such moments. I don’t mean the very young. No. The very young have, properly speaking, no moments. It is the privilege of early youth to live in advance of its days in all the beautiful continuity of hope which knows no pauses and no introspection.

One closes behind one the little gate of mere boyishness–and enters an enchanted garden. Its very shades glow with promise. Every turn of the path has its seduction. And it isn’t because it is an undiscovered country. One knows well enough that all mankind had streamed that way. It is the charm of universal experience from which one expects an uncommon or personal sensation–a bit of one’s own.

One goes on recognizing the landmarks of the predecessors, excited, amused, taking the hard luck and the good luck together–the kicks and the half-pence, as the saying is–the picturesque common lot that holds so many possibilities for the deserving or perhaps for the lucky. Yes.

One goes on. And the time, too, goes on–till one perceives ahead a shadow-line warning one that the region of early youth, too, must be left behind.

Solo i giovani hanno di questi momenti. Non intendo i giovanissimi. No. I giovanissimi, propriamente parlando, non hanno momenti. E’ privilegio della prima gioventù vivere proiettati in avanti rispetto ai propri giorni, in tutta la bella continuità di speranze che non conosce pause né introspezione.

Uno chiude dietro di sé il cancello della semplice infanzia- e entra in un giardino incantato. Persino le ombre splendono di promesse. Ogni svolta del sentiero ha il suo fascino. E non perché sia un paese inesplorato. Si sa bene che l’intera umanità lo ha percorso in folla. E’ l’attrattiva dell’esperienza universale da cui ci si aspetta una non comune o personale sensazione – un qualcosa del proprio sé.

Si procede riconoscendo i traguardi dei predecessori, eccitati, divertiti, prendendo insieme la cattiva e la buona fortuna – i colpi e la monetina, come si dice – il pittoresco cumulo che ha tante possibilità per i meritevoli o forse i fortunati. Sì. Si procede. E anche il tempo procede – finchè si percepisce davanti a sé una linea d’ombra che ci avvisa che la regione della prima gioventù dev’essere anch’essa lasciata indietro.

novità da J. Conrad

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Gli studiosi di J. Conrad rilevano un grande apporto alla lingua e una grande influenza nel romanzo.

La lingua non era la sua madrelingua ma una seconda lingua, in cui aveva studiato navigazione e praticato navigando, prima di stabilirsi in Inghilterra.

Nella sua concezione del romanzo, che era la forma d’arte letteraria di allora per quanto riguarda l’Europa, la più importante novità da lui introdotta è che ‘il’ personaggio principale, quello che potrebbe parere tale a una prima lettura, non è l’unico al centro del romanzo, non è meno al centro di un ‘altro’ personaggio del romanzo, che ne narra la vicenda. E però questo secondo a sua volta è narrato dall’autore; autore che narra in terza persona ma lo fa altresì altrettanto intervenire in prima persona per ampi tratti di narrazione. Consegue da questa tecnica che il personaggio viene caratterizzato come se si sdoppiasse e fossero due personaggi diversi, per essere visti da due diverse distanze.

Tutt’e due inoltre presentano riconoscibili caratteristiche autobiografiche dell’autore ma in due modi decisamente distinti. A tratti la distanza è maggiore, quando ne parla in terza persona, a tratti si raccorcia quando chi scrive lascia che si derivi, leggendo, l’impressione di aver a che fare con ‘il personaggio che dice io’ (espressione trovata proprio per Conrad in un saggio su di lui di E. Said).

Nel primo caso questo secondo personaggio parla a un pubblico che è raffigurato parzialmente, e nel secondo si rivolge più direttamente a noi lettori.

In questo modo l’ottica viene spostata. Il personaggio numero uno, in particolare, ma anche tutto il resto, viene presentato sotto altra luce. In virtù di tale riflessione e gioco di specchi, l’effetto è anche quello di una scatola cinese dove il personaggio principale è il più interno, contenuto nel secondario che è contenuto a sua volta e poi visto da noi. Ma il gioco può moltiplicarsi oltre. Se includiamo anche l’autore che legge sé stesso,  si amplifica ulteriormente.

Caliamoci in uno dei romanzi e scegliamo Lord Jim, anche perché esso appassiona molti e divide ancora la critica, molte controversie rimangono aperte. È il primo dei racconti più lunghi di Conrad, si presenta con più impeto rispetto ai testi scritti in età più avanzata e la tecnica è più scoperta, quindi a noi più facilmente individuabile.

Il titolo definisce già il primo personaggio, d’altronde egli nei primi capitoli non compare affatto: si parla prima di Marlow, ed è Marlow che aggirandolo a lungo ci introduce Jim, ci confessa più volte come sia un problema per lui vedere chiaro in Jim. Rimandata anche la descrizione delle forme esterne di Jim, o perché c’è buio o perché la situazione è troppo tesa per far caso ad esse. In tutta la prima parte del libro, fino al cap. 21 dove ha luogo un cambio di scena più netto, si insiste su questo tema; fino alla fine è il nocciolo, sviscerato in tutti i modi possibili, e che tuttavia resta forse parzialmente insoluto come è bene che resti il giudizio ultimo di un uomo da parte di un altro.

Marlow, secondo personaggio, è paterno e si scopre tale via via, nei confronti di Jim, anche per la differenza di età; e se all’inizio capita che se ne interessi solo in quanto ‘è uno di noi’, del mestiere di navigante, man mano che nasce un sentimento, che Marlow si accorge di esso, che cerca in qualche modo di farsene una ragione, l’interesse per Jim cresce, la storia progredisce.

Quest’essere ‘uno di noi’ , oltre che un dato di fatto è la prima impressione che ha Marlow del ragazzo, una prima sensazione che egli vorrebbe spiegare a sé stesso. Lentamente, e allo scopo di sviscerare un suo dubbio, ci racconta più cose sulla vicenda. Potremmo dire che più che essere il personaggio principale, Jim fin dall’inizio è colto nell’atto di diventarlo.

Il romanzo ha questa precisa ragion d’essere, questo stimolo costante alla comprensione di cui la coscienza non può fare a meno; l’autore ha costantemente questa molla per scrivere e questo obiettivo. Se si era già dato il caso di libro nel libro, narrazione incorniciata in un’altra, che anzi è tradizione di grandi classici, la novità in Conrad è un’analisi psicologica di un singolo vista al variare delle distanze che si tengono da esso.

Uno studio della soggettività che non pretende nemmeno di oggettivarsi, anzi vuol tener conto dell’individuo e di come le sue scelte di relazione ne condizionino le opinioni.

La trama e l’azione riguardano quasi solo Jim. Un fatto drammatico che appartiene al passato, e che quindi per giunta è irrevocabile, forse irreparabile come lo è per il Codice della Marina. Un solo fatto che costituisce da una parte l’occasione della conoscenza fra Marlow e Jim, dall’altra l’occasione del romanzo.

Indubbiamente il fatto è di grande importanza, determinante: ma viene preso così alla larga, arricchito sempre di più senza però svelarne interamente la natura, che solo dopo parecchi capitoli ne verremo a conoscenza in modo un po’ più esaustivo.

Allora appuriamo una caratteristica della scrittura di Conrad, caratteristica tecnica ma non solo: la narrazione si dilunga. La lentezza non è data dal ritmo dello svolgersi dei fatti; qui le cose accadono. Diciamo pure che non c’è pudore nel tornare immediatamente su una cosa appena detta, invece; come uno che sa di non ripetersi, bensì di aver bisogno per capire e per farsi capire, di estrema accuratezza, quindi di controllare puntigliosamente ogni assunto. Di qui la ricerca del maggior numero di punti di vista, la ricerca del formulare minuzioso, e dettagliare programmatico. Come, e infatti questo è il caso, un capitano di veliero. Tale è Marlow e tale fu l’autore. Nulla si può dare per scontato. Il mare come la vita sono assolutamente irti d’imprevisti. E ogni caso è un caso a sé. Motivo per cui l’opera di Conrad è letteratura ‘colta’, esatto contrario per intenderci, di quella che scolpisce persone e cose con una fissità che potremmo dire legnosa. Qui ci sono dubbi e rimangono aperti, qui tutto è fluido e variabile come in navigazione.

Sia come motivazione a scrivere, sia come prodotto finale della scrittura, il voler raggiungere una pienezza di comprensione fa sì che sentiamo vivissima la spinta morale. In Conrad tutto è sottomesso a una scala di valori morali. Eppure la mano non è pesante, non calca sull’insegnamento, non pesa l’intento didascalico. Quindi è un perfetto insegnante. Colui che sa dissimulare di esserlo. Sentiamo che si fa ogni scrupolo a giudicare e che scrive soprattutto per sé stesso, per approfondire prima che per il semplice gusto di farlo.  Il filo conduttore è il fine di mettere alla prova i valori dalla scala gerarchica di partenza, verificarne la tenuta, aggiornarne l’ordine in base all’esperienza, rivedere costantemente i risultati, mettere a punto, cambiare un piccolo particolare nella propria coscienza per non fossilizzare la visione. Mantenere in moto gli scambi fra conscio e inconscio,  evitare l’intasamento, per una morale che non perda efficacia.

Il procedimento delle diverse angolazioni nell’affrontare le cose convince Conrad a offrirci un valore imperdibile, quello dell’arte della conversazione. Il piacere dell’intrattenimento, principio stesso della narrazione, per i momenti della vita che ne offrano l’occasione, come la vita marinara, ma anche gli inverni contadini, in epoca precedente a questa della televisione, almeno. Valore non secondario, oggi forse trascurato, che ha dato così buoni frutti da farci pensare che valga la pena continuare ad apprenderlo e praticarlo.

Joseph Conrad e i suoi libri: immagini

vedi anche: novità da J. Conrad.

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