Jack London, ancora incipit americani

Jack London          (1876-1916)

 

 

The call of the wild
Buck did not read the newspapers, or he would have known that trouble was brewing, not alone for himself, but for every tide-water dog, strong of muscle and with warm, long hair, from Puget Sound to San Diego. Because men, groping in the Arctic darkness, had found a yellow metal, and because steamship and transportation companies were booming the find, thousands of men were rushing into the Northland. These men wanted dogs, and the dogs they wanted were heavy dogs, with strong muscles by which to toil, and furry coats to protect them from the frost.
  Il richiamo della foresta
Buck non leggeva i giornali, altrimenti avrebbe saputo che guaio si stava preparando non soltanto per lui, ma per tutti i cani da marea e da acqua, forti di muscoli e con caldo pelo lungo , da Puget Sound a San Diego. Infatti gli uomini brancolando nelle tenebre artiche avevano trovato un metallo giallo e, poiché navi a vapore e compagnie di navigazione avevano divulgato il ritrovamento , migliaia di persone si stavano precipitando verso la terra del Nord. Questi uomini avevano bisogno di cani; e i cani di cui avevano bisogno erano robusti, con muscoli forti per lavorare e pelo folto per difendersi dal gelo.

 

Martin Eden
The one opened the door with a latch-key and went in, followed by a young fellow who awkwardly removed his cap. He wore rough clothes that smacked of the sea, and he was manifestly out of place in the spacious hall in which he found himself. He did not know what to do with his cap, and was stuffing it into his coat pocket when the other took it from him. The act was done quietly and naturally, and the awkward young fellow appreciated it. “He understands,” was his thought. “He’ll see me through all right.”
He walked at the other’s heels with a swing to his shoulders, and his legs spread unwittingly, as if the level floors were tilting up and sinking down to the heave and lunge of the sea.
  Martin Eden
Uno aprì la porta con una chiave piatta ed entrò, seguito da un giovane che si levò il berretto in modo strano. Indossava rozzi panni che puzzavano di mare ed era palesemente fuori posto nell’atrio spazioso in cui si trovava. Non sapeva che fare del berretto e se lo stava cacciando nella tasca della giubba, quando l’altro glielo prese. Il gesto fu compiuto con calma e naturalezza e lo strano giovane lo apprezzò. “Capisce”, fu il suo pensiero “mi accudirà come si deve”.
Camminò alle calcagna dell’altro con un dondolio nelle spalle e con le gambe allargate inconsapevolmente, come se i pavimenti piani si alzassero e sprofondassero con il gonfiarsi e l’affondare del mare.

 

The stars rover

All my life I have had an awareness of other times and places. I have been aware of other persons in me. Oh, and trust me, so have you, my reader that is to be. Read back into your childhood, and this sense of awareness I speak of will be remembered as an experience of your childhood. You were then not fixed, not crystallized. You were plastic, a soul in flux, a consciousness and an identity in the process of forming-ay, of forming and forgetting.

  Il vagabondo delle stelle

Tutta la vita ho avuto la consapevolezza di altri tempi e luoghi. Sono stato consapevole di altre persone in me.  Oh, e credimi, anche tu lo sei stato, tu che stai per essere mio lettore.  Rileggi la tua infanzia, e questa sensazione di consapevolezza di cui sto parlando, ti tornerà in mente come un’esperienza della tua infanzia. Non eri fisso, allora,  non eri cristallizzato. Eri plastico, un’anima nel flusso, una consapevolezza e un’identità nel processo del divenire – sì, divenire e dimenticare.

 

White fang
Dark spruce forest frowned on either side the frozen waterway. The trees had been stripped by a recent wind of their white covering of frost, and they seemed to lean towards each other, black and ominous, in the fading light. A vast silence reigned over the land. The land itself was a desolation, lifeless, without movement, so lone and cold that the spirit of it was not even that of sadness. There was a hint in it of laughter, but of a laughter more terrible than any sadness – a laughter that was mirthless as the smile of the sphinx, a laughter cold as the frost and partaking of the grimness of infallibility. It was the masterful and incommunicable wisdom of eternity laughing at the futility of life and the effort of life. It was the Wild, the savage, frozen-hearted Northland Wild.
But there was  life, abroad in the land and defiant. Down the frozen waterway toiled a string of wolfish dogs. Their bristly fur was rimed with frost.
  Zanna Bianca
L’oscura foresta di abeti si accigliava su tutte e due le rive del corso d’acqua gelato. Gli alberi erano stati spogliati da un vento recente della loro bianca copertura di gelo, e parevano appoggiarsi l’uno all’altro, neri e minacciosi nella luce che svaniva. Un vasto silenzio regnava sulla terra. La terra in sé era una desolazione, senza vita, senza movimento, così solitaria e fredda che lo spirito di lei non era neppure quello della tristezza. Vi era in esso una accenno di risata, ma una risata più terribile di ogni tristezza – una risata senza gioia come il sorriso della sfinge, una risata fredda come il gelo, e che aveva qualcosa dalla truce infallibilità. Era l’imperiosa e incomunicabile sapienza dell’eterno che deride la futilità della vita e lo sforzo della vita. Era il Selvaggio in essenza, la selvaggia terra del Nord dal cuore congelato.
Ma c’era vita, su quella terra, e sfida. Lungo il corso d’acqua gelato faticava una fila di cani lupeschi. Il loro pelo ispido era uno strato di ghiaccio.

 

una serie non finita

Quadro sette

 

– in che bolgia vuoi farmi capitare?

 

 

 

Incatenati a un palo nudi per Venezia –

quel verde d’alga che macchia anche l’acqua,

contrasto fra la pelle il ferro e il legno –

chi immobile chi in silenzio delira

pur immobilizzato strepita nei muscoli.

Sparsi per moli e calle, da galera

malvagi: anche la forza fa tremare.

 

 

Il segreto dell’Assassino lo consegna all’inferno, in terra, da vivo, con l’orrore dell’inferno da morto – si creda o non si creda – si vede l’orrore proprio di quei luoghi, si vede sulla terra. La prima prigione è la propria. Egli circolava per la città entro quella cella.

 

Ancora tante volte cambierà idea, ognuno che vive will change his mind so life goes on. Aver ammazzato non era un’opinione; che fosse un fatto o meno – era da vedersi.

Quando si evitava una sofferenza, poteva dire ancora: “non ho mica ammazzato nessuno” ? c’era colpa? Si dette da fare in quei giorni per annusarla. La spada di Damocle che si sentiva sul capo pendere, la scimitarra sul fianco affilate come il suo naso le lame le sue due lame. Mamma, madonna mamma! L’orrore superava di molto la paura. Era presente, mentre la paura…riguarda la cosa futura.

Anni prima era già stato anni su una galera, e pure imprigionato nei sottofondi e cunicoli a pane e acqua; per delitti minori rimessigli. Venti e più venti nordici staffilavano stamane i veneziani, pure nessuno rinunziava al bicchiere bianco, di bianco Blanche de Blanche o vinello lo spritz che ti sprizza il mattino in faccia. Egli aveva buoni modi da signore coltivati, non tradivano la sua bassa se non infima nascita. Alle donne piacquero quando giovane ne approfittò (degli uni e delle altre), nessuna colpa avvertiva ora, ora che smuore l’ora della vita. Nulla da confessare. Il suo segreto stampato in faccia diceva tutto a tutti. Gli uscì un canto di bocca, era il canto di un suo predecessore, diceva: jesus’ blood never failed me, never failed me yet:// this one thing I know cause he loves me so.

Cambiava shiftata la melodia man mano che il brano del barbone britannico proseguiva, e le parole sempre le stesse quasi ossessive. Non mi venne meno mai, non mi venne meno mai, ancora. Il sangue di Gesù non mancò mai su di me di colare finora tuttavia. E musica agghiacciante e dolcissima, strascicata. Man mano sempre più orchestrata. La partitura era stata aggiunta molto più tardi, evidentemente, ma eseguita dalla viva voce dell’inventore. L’assassino avrebbe avuto il suo momento di gloria.

 

 

Katherine Mansfield, The garden party

The gardenparty
And after all the weather was ideal. They could not have had a more perfect day for a garden-party if they had ordered it. Windless, warm, the sky without a cloud. Only the blue was veiled with a haze of light gold, as it is sometimes in early summer. The gardener had been up since dawn, mowing the lawns and sweeping them, until the grass and the dark flat rosettes where the daisy plants had been seemed to shine. As for the roses, you could not help feeling they understood that roses are the only flowers that impress people at garden-parties; the only flowers that everybody is certain of knowing. Hundreds, yes, literally hundreds, had come out in a single night; the green bushes bowed down as though they had been visited by archangels.
La festa in giardino


E dopotutto il tempo era ideale. Non avrebbero potuto avere una giornata più adatta per una festa in giardino nemmeno se l’avessero ordinata. Senza vento, calda, neanche una nuvola in cielo. Soltanto, l’azzurro era appannato da una leggera nebbiolina dorata, come accade talvolta all’inizio dell’estate. Il giardiniere s’era alzato sin dall’alba, aveva falciato e rastrellato i prati finché l’erba e le chiazze scure e piatte dove prima c’erano le margherite, parevano risplendere. Quanto alle rose,non potevi far a meno di sentire che capissero che le rose sono gli unici fiori che fanno colpo sugli invitati, alle feste: gli unici fiori che tutti sono certi di conoscere. Ne erano sbocciate centinaia, sì addirittura centinaia in una sola notte; i cespugli verdi s’inchinavano come se fossero stati visitati da arcangeli.

Translations © chiaraadezati

Katherine Mansfield, un incipit

In a german pension
Bread soup was placed upon the table. “Ah,” said the Herr Rat, leaning upon the table as he peered into the tureen, “that is what I need. My magen has not been in order for several days. Bread soup, and just the right consistency. I am a good cook myself” – he turned to me.
“How interesting,” I said, attempting to infuse just the right amount of enthusiasm into my voice.
“Oh yes – when one is not married it is necessary. As for me, I have had all I wanted from women without marriage.” He tucked his napkin into his collar and blew upon his soup as he spoke.
  In una pensione tedesca
Il pancotto fu messo in tavola. “Ah,” disse Herr Rat, curvandosi sulla tavola mentre dava  una sbirciata nella zuppiera “proprio quello di cui ho bisogno. Il mio magen non è stato  in ordine per parecchi giorni. Pancotto, e proprio della consistenza giusta. Sono un bravo cuoco anch’io” e si volse verso di me.
“Che cosa interessante” dissi, sforzandomi di infondere alla mia voce la quantità proprio giusta di entusiasmo.
“Oh sì  – quando non si è sposati  è necessario,. Quanto a me, ho avuto tutto quello che ho voluto dalle donne senza matrimonio”. Si infilò il tovagliolo nel colletto e continuò a parlare soffiando sulla minestra.

 

Translations © chiaraadezati

memo memo memorabile promemoria

Sabato 4 Febbraio – ore 17.30
Sala delle presentazioni della Libreria BooksIN
via David Chiossone 4 (2° piano), Genova
SCUOLA DI POESIA
di Massimo Sannelli
introduzione di Rosa Elisa Giangoia
presentazione di Raffaele Perrotta
Docente di Metodologia e critica dello spettacolo Università di Genova
intervento critico di Alessandro Seri
Direttore della collana “Licenze” (Vydia editore)

PLEDGED TO POETRY

Chiara Adezati
Pledged to poetry

Indice

Capo I, Risorse e riserve
Capo II, Tragico incipit, Lettera ad un neonato
Capo III, Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero, Articolo per il quotidiano
Capo IV, Minima moralia
Capo V, Sul passato en passant
Capo VI, Una soluzione finale

Capo I
Risorse e riserve

La vita che non ha accesso, quella irraggiungibile, che ci sembra scorrere lontano, un fiume in cui non ci è dato immergersi: è quello che vorremmo.
La vita au bord de l’eau è quella che ci tocca, se pure l’altra non ci sfiori: cosa che non è dal momento che la guardiamo. Chi dice che occorra bagnarsi tanto? Andar oltre? Se nella vita quando si oltrepassa una soglia se ne presenta un’altra.
Non pare poi gran rinuncia sostare sul limitare della cosa se la sappiamo quasi impenetrabile. Lo sguardo e ciò che avremo di più sottile potrà permearla e così infondere qualcosa di noi nella materia estranea, come negli occhi di un altro.
Se neanche la parola avrà accesso, o la preghiera muta, sarà un’onda elettromagnetica, un ormone o altra particella ancora da scoprire che migrerà da noi a là, la taciturna presenza di due esseri apparentemente separati.

Capo II
Tragico incipit
Lettera ad un neonato

“Peso leggero il lenzuolo di lino
l’augurale camicina di seta.”

Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.
Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.
Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami tu certo l’avverti il vuoto.
Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.
Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.
Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.
A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.
Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.

Capo III
Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero
Articolo per il quotidiano

“the smouldering embers blush”
J1132 E. D.

Furon già più che cibo per i gatti, materia prima per divinazioni. Oggi più che sacrificate quasi abolite. Recuperare il rito significa materializzare letterariamente il momento: quel presente che vive solo tra passato e futuro ma vive solo se li assorbe del tutto, senza vanificarli, senza il minimo spreco.
Tutta la memoria e tutta la fantasia si concentrano in certi fortunati attimi delle nostre vite, allo stesso modo del cibo che nelle interiora preposte deposita essenze.
Sostanzialmente elementi molto volatili, come ossigeno e sappiamo quanto vitale, anche ossigeno carburato spesso, cioè legato al carbonio che sappiamo costituire pressoché tutta la materia organica, come dire quasi tutta la natura, in pratica il pianeta. Terra, humus: compresi i cicli di rigenerazione.
Insieme all’acqua, o all’aria più o meno umida, sono allo stato attuale questi i pochi dati della chimica e della fisica, delle scienze insomma che abbiamo dovuto e voluto rammentare qui per riconoscimento, noblesse oblige.
Ma che purtroppo sono ben lungi oh quanto lungi, dal sollevare il nostro presente.
Paura e preoccupazione non ci facilitano il compito che tutti ormai vorremmo assumere, ormai propagandato da tempo ma quindi anche già svuotato da ideologie mentali.
Arginare il crollo che in genere ci sovrasta vuol dire impegno testardo a stare nel presente, quello arricchito cioè, quello che racchiude in sé tutto il passato, tutto il possibile futuro.
Hic et nunc non è semplice. All’uopo prospettavamo pocanzi per soccorrere alla bisogna, un rito. Che sia antico o variato, di per sé un rito sacrificale che asseconda la tendenza già forte di concentrarsi su una perdita, un fatto decisamente frequente sia per le speci nell’humus che per l’humus stesso.
Se il presente è la perdita, sarà un primo passo farne un rito e che ci assorba il più possibile per il momento. Ah poveri noi quanto e quanto spesso dal più futile e insignificante gingillo al sommo bene ne lamentiamo.
Non è fine a sé stesso il lamento; per quanto possa disgustarci irritarci sui marciapiedi della fretta, se lo convogliamo gentilmente nel rito, lo contempliamo con un tocco di distacco, lo consideriamo una richiestadiaffetto, in breve. Ci disponga all’ascolto, si faccia un benedetto silenzio finalmente, taccia il turbine solito che ci distrae. Ben venga il rito.
Là per là, siccome non si può rimanere senza nulla, voglio dire sgombro l’animo se non dall’afflizione, chè si può sì tentare di fare il vuoto piuttosto orientale e tanto decantato. Però non si entra mai nei buchi neri, sebbene li si studierà ancora a lungo. Non pare adatta la nostra materia a farsi antimateria, o in qualche modo ad essa compatibile.
Facciamocene una ragione, e immaginiamo un rito. Lentamente e gradatamente l’attenzione si sposti si focalizzi. Brucino pure qualche grammo di interiora animali, ne scruti pure qualcuno i fumi e altri segnali. Noi osserviamo l’aria e annusiamo l’atmosfera. Non è cosa da nulla. Non di poco momento. E siamo vivi.

Capo IV
Minima moralia

…ho pensato a una mente viva – una mente intera – completa fin nei minimi particolari. Con tutto quel che si sa, quanto poi non si sa? Un tempo immaginavo che uno sapesse tutto a eccezione di una specie di nocciolo misterioso (o quanto meno ne aveva la possibilità). Ma ora credo proprio il contrario.
K. M., Letters, 17.1.1921

Fra i due poli, “tutto è già stato detto” e “tutto è ancora da dire”, entrambi interamente veri, sapersi situare è per lo scrittore trovare la propria misura di tempo dedicato a scrivere e tempo dedicato a leggere. Per scrivere l’importante è leggere: chi leggere e quanto, ognuno sa, sentirà da sé seguendo suo gusto. Solo questioni di buon senso quelle a cui si riducono tutte le cose che si possono tramandare di generazione in generazione, e in fatto di consigli. I maestri di uno scrittore sono via via coloro che egli sceglie di leggere continuamente e con passione.
Le forze del sentire e la passione per la scrittura altrui, la gioia con cui si legge: sono qui i paesaggi, gli unici dove può presentarsi la nuova ispirazione e qualcosa da raccogliere che ti è stato offerto, ha messo radici e ora ti “ditta dentro”.
Il modo nuovo in cui dire sempre le stesse poche cose, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni che prova l’umanità intera e fioriscono tutto l’humus, la novità che potresti aggiungere a quel che già esiste e fu e a quel che ne resta, è una questione di fatica sulla forma, di molta esperienza e di lunghe prove e lavorìo; ma nasce anche la creatività, il seme di essa, la voglia di fare, nasce sempre dall’ispirazione.
Da qualcosa che sta oltre la nostra esperienza sensoriale, dalla capacità di accogliere chi ci ha preceduto, capienza, dall’empatia con cui leggiamo. In ottica storica le piccole variazioni, quel che ci può apparire una minima crescita dell’umanità nella stessa definizione di umanità e altro, da quando esiste il coltivare, da posizioni preistoriche piuttosto che dal cannibalismo, alle conoscenze dell’aggressività che vorremmo acquisire: cambiamento che è stato e altro che auspichiamo sono i minimi spostamenti che chi scrive ha il compito di rilevare, il suo apporto, il suo mestiere.
La parte di ombre che fa giungere a coscienza sarà una piccola parte rispetto all’enorme vastità del mistero che ci pervade e avvolge e rimarrà mistero, insondabile. Ma la piccola parte che a volte si illumina in parte, e in parte a nostro favore, è diversa di volta in volta; il mistero è come un mare pieno di correnti che formano onde e rivoltano senza fine inesorabilmente finchè ci sono, le particelle d’acqua.

Capo V
Sul passato en passant

Fortuna puoi dirla ora se, posto che il cuore sia sgombro, ha luogo la gioia. Ne accenni l’amico di sfuggita la bellezza e tu gioisci.
Erano troppe. Erano così tante le cose che giocoforza le chiamassimo promesse. Era tutto un invito. La festa attenda dicevi senza neanche chiedere quale. Una delle tante. Erravi il nome. Non sono morte le speranze. Quelle e troppe erano le cose.
Fu solo naturale e ovvio ci figurassimo, data la profusione, alludessero ad altro.
Non fu colpa l’abbaglio.
Quando il paesaggio cambia, si fa arido, volata la fertilità, impossibile illudersi, lo sai e non sai come, le cose ora sono poche. Fai forse meno passi più faticati pur negli stessi luoghi, e dove tu giovane e dove ora il giovane vede altro. O sono occhi vecchi che non vedono come una volta. Sia come sia.
Vedi che nemmeno hai scelta. Se ancora avrai vita sarà questa. Una cosa ogni tanto. Ma sai che non è altra da sé.

Capo VI
Una soluzione finale

..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura? (T. Landolfi, Del meno, 1978 – da La valigia)

Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.
La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.
“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare ché ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, ché aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.
Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.
Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.

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Grimm Brùder

Il 2012 sarà dunque anche l’anno dei Fratelli Grimm, in occasione del bicentenario della pubblicazione delle loro fiabe. Tra le iniziative che la Compagnia del libro intende attuare – avremo anche la collaborazione eccellente del Goethe Institut – ecco un primo assaggio.

Potete votare la vostra favola preferita. Secondo sondaggio che parte ora. Se vi va di contribuire…

http://www.lacompagniadellibro.tv2000.it/la_compagnia_del_libro/sezioni/00004280_Fiabe_dei_Grimm__quali_preferite.html

Rosella Postorino, da Reggio Calabria

La scorsa settimana a Genova per IL FESTIVAL DELLE PERSONAGGE: io sono molte. Organizzato dalla Società delle letterate italiane.

http://www.einaudi.it/multimedia/Intervista-a-Rosella-Postorino

L’algebra della vita

L’algebra della vita di Ivano Mugnaini (Greco & Greco, 2011)

racconti.

Sulla produzione letteraria di M. hanno scritto: G. Bárberi Squarotti «Ho letto con attenzione e più volte riletto Limbo minore. Un eccellente romanzo: molto vivo, originale, sapientemente condotto, nella scrittura tra ironia, distaccata avventura, visionarietà. Il protagonista è diviso fra oggettività di luoghi ed esperienza e curiosità dei sensi e dei concetti, fino al momento in cui si acuiscono fino alla bizzaria e alla tragicità le forti vicende delle riflessioni e delle passioni, dei desideri e della morte. Un’opera di mirabile riuscita.»

UN GEROGLIFICO

Avevo resistito, in qualche modo, alla vita. Avrei saputo resistere anche alla morte? Come l’avrei guardata nell’attimo in cui sarebbe entrata da quella porta? Di cosa avremmo parlato? Come avremmo passato il tempo insieme?
Me l’ero chiesto, per anni, come se fosse una questione lontana, puramente teorica. Una visita medica di routine, poi, un pomeriggio come tanti. Un dottorino dalla faccia tetra, sincera. L’ora per me era arrivata, senza strepito, affamata e con un discreto anticipo. Una morte annunciata, con il lusso, il privilegio, del preavviso. La data di scadenza comunicata in modo ufficiale, ma anche civile, quasi lieve, quasi umano. Nell’arco di pochi mesi giungerà l’epilogo per me.
Il pianto e il riso acquistano d’un tratto un sapore diverso, una consistenza strana. Saziano presto, e, altrettanto rapidamente, stancano. Baratri di tempo svuotano le braccia, lo stomaco, le vene. Si tratta solo di stabilire, a questo punto, per sopravvivere, per non morire prima del tempo, come trascorrere i giorni che mi restano. Il primo impulso, meta eletta, china naturale verso cui scivolano le idee, è il lago gelato dei bilanci. Le cose fatte e non fatte, i successi e i fallimenti. Destinazione da evitare ad ogni costo. Sorridere e ghignare sul tempo andato, perso, ritrovato mai, sarebbe un gioco sterile, con il rischio ulteriore di piombare in gorghi di ghiaccio. Un’alternativa possibile è meditare su possibili vendette: cogliere rivincite, finalmente, ora che non ho davvero più niente da perdere. Ma costa troppe energie, fisiche e mentali. Inoltre, viste dalla prospettiva nuova, molte montagne di rabbia mi sembrano mucchietti di melma e letame. Così, contro ogni attesa, mi ritrovo a concentrarmi completamente su un capitolo inedito: Ringraziamenti e Ricompense. Corro a ritroso lungo il sentiero degli anni andando a recuperare quelle rare persone che, inaspettatamente, hanno dato senza chiedere, senza pretendere qualcosa in cambio.
La prima che mi viene in mente è Rina Giromini da Livorno, classe 1975. Una compagna dell’Università, una delle poche di cui non mi ero mai innamorato. Sbagliando. Più che mai, nel suo caso. Giromini, solo ora riesco a concentrarmi sulla magia giocosa del suo cognome: il giro opposto, l’altro lato degli uomini, delle persone. Uomini a rovescio, o giù di lì. Diversi, differenti per sorte e per natura. Di sicuro diversa era lei.
Provo a ricontattarla tramite un vecchio numero di telefono ripescato in un’agenda impolverata. Mi risponde subito. È fedele negli anni anche a quella serie di numeri. Ha la stessa voce misurata, cortese. Parla degli anni trascorsi con tranquillità, come se descrivesse l’acqua bruna di un temporale già assorbita da un sole nuovo. Accetta di incontrarmi. A Pisa, in via Santa Maria, davanti all’ingresso dell’Università, come se dovessimo andare ad un’ennesima lezione. È più bella, più matura, sofferta e quieta come non mai. Dopo brevi e frettolose frasi di circostanza, le dico, come se fosse la cosa più naturale del mondo, che mi resta poco da vivere. Lei, ugualmente serena, con un volto imperscrutabile, mi parla di una leggenda egizia: “Quando nasce un bambino sette dei decidono della sua morte…”. La ascolto e la osservo, sorpreso, spiazzato. Nuovamente quieto, anch’io. Ha i capelli ancora corvini, lucenti come aspidi. È una maga forse, discendente della stirpe di Cleopatra.
“Quando nasce un bambino sette dei decidono della sua morte: se nasce il ventitre muore per un morso di coccodrillo, se nasce il quattro muore di febbre, se nasce il quindici muore d’amore…”. La interrompo. “Io sono nato il quindici”.
La guardo negli occhi, nelle labbra carnose. Rido. Con incantata amarezza. È tardi. È tardi per tutto, ormai.
Ma Rina è nota, e infinitamente cara, a me, ai miei ricordi più nascosti, soprattutto per una frase. Un mattino si sedette al mio fianco, sul banco screpolato dell’Aula Magna, si accostò fino a sfiorami e mi sussurrò: “Sorprendili!”. Poche sillabe, il senso di una vita. Con leggerezza, senza riso, senza il macigno compatto di un’imposizione. “Sorprendili!”. Sorprendi loro, il luogo comune, il cliché, il marchio impresso a fuoco sulla schiena. Sorprendi te stesso, le idee, le paure, le convinzioni, i dubbi, le certezze. Mi incitava Rina, accarezzandomi quasi per caso, come per errore, a fare qualcosa di inatteso, scoprendo il coraggio della volontà, l’arte di mettersi in gioco. Perdersi nella sete del volo senza pensare allo schianto, alla polvere.
La osservo ancora. A lungo, con cura, come non avevo mai fatto. È bella. È questa la prima e la più grande conferma. Bella senza se e senza ma. Vorrei dirglielo finalmente, con le mani e con le labbra. Ma mi blocca l’eco cristallizzata nella memoria, la voce del medico: “Qualche mese, nel migliore dei casi. Non di più”. Già. Nulla di più della morte può e deve piacermi ora.
Rina intuisce. Non ha bisogno di parole, non ne ha mai avuto bisogno. Si congeda. Senza odio, senza rabbia, con una stretta di mano lieve. È solo più cupa, adesso. Sa che la prossima lezione di filosofia che ascolteremo insieme, seduti allo stesso banco, è distante anni luce, collocata in galassie future che devono ancora nascere. La vedo allontanarsi di qualche passo, lenta, esitante. La disperazione mi dà la forza per concentrami su un unico imperativo: “Sorprendili!”. Ho l’occasione, l’ultima, la prima, per sorprendere chi mi ha fatto il dono prezioso e ingombrante di quel consiglio.
“Sai Rina, io in Egitto non ci sono mai stato. Lo so, è assurdo, ma… se venissi con me, io, ora, ci andrei”.
Si gira piano, Rina. Tutta la sua pacatezza non riesce a nascondere la luce di un sorriso. Cerca frasi importanti, adatte alla circostanza. Alla fine riesce ad infrangere il silenzio solamente con una battuta.
“Ma tu non eri quello che ha paura di volare? Se vuoi possiamo andare in nave, come nel romanzo di Agatha Christie!”.
“No, andiamo in aereo, dai. Questa volta mi sa che non avrò paura. La cosa peggiore che potrebbe capitarmi… sarebbe… morire!”.
Non ridiamo, né io né lei. Siamo così vicini che le labbra trovano di meglio da fare. Il bacio è dolce, corposo. Come un vino che ha respirato e assorbito il segreto del buio.
L’abbraccio ci porta a stringerci nudi. Ripassando in infiniti nodi i capitoli di una lezione che nessuno può imparare da solo. Seguiamo i punti, le linee soffici di carne e respiri. Le sottolineiamo infinite volte con le dita. Frasi mute, impossibili da dimenticare.
Mi guarda di nuovo, Rina. Tenera ora, non più oppressa da quell’angolo di pietra che impedisce alle labbra di distendersi liberamente. Mi sfiora i capelli, cerca i miei occhi ancora accesi. Mi bisbiglia nuove parole.
“Sei fortunato, sai! Di tutte le morti, la morte per amore è la migliore. Quando si muore davvero, non si muore per niente”.
Non sono certo di avere capito del tutto. Forse sì e forse no. La mente e il corpo preferiscono perdersi in un altro dilemma: se il cuore che sento battere nella carne soffice e calda che stringo e che mi tiene stretto è il mio o quello di lei. Ascolto, in silenzio, per lunghi istanti. Non so decidere. Resta un enigma, un geroglifico arcano, un eterno mistero. So solo dire ora, con certezza assoluta, che è un cuore vivo.

e per D.Foster Wallace happening

 

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