PLEDGED TO POETRY

Chiara Adezati
Pledged to poetry

Indice

Capo I, Risorse e riserve
Capo II, Tragico incipit, Lettera ad un neonato
Capo III, Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero, Articolo per il quotidiano
Capo IV, Minima moralia
Capo V, Sul passato en passant
Capo VI, Una soluzione finale

Capo I
Risorse e riserve

La vita che non ha accesso, quella irraggiungibile, che ci sembra scorrere lontano, un fiume in cui non ci è dato immergersi: è quello che vorremmo.
La vita au bord de l’eau è quella che ci tocca, se pure l’altra non ci sfiori: cosa che non è dal momento che la guardiamo. Chi dice che occorra bagnarsi tanto? Andar oltre? Se nella vita quando si oltrepassa una soglia se ne presenta un’altra.
Non pare poi gran rinuncia sostare sul limitare della cosa se la sappiamo quasi impenetrabile. Lo sguardo e ciò che avremo di più sottile potrà permearla e così infondere qualcosa di noi nella materia estranea, come negli occhi di un altro.
Se neanche la parola avrà accesso, o la preghiera muta, sarà un’onda elettromagnetica, un ormone o altra particella ancora da scoprire che migrerà da noi a là, la taciturna presenza di due esseri apparentemente separati.

Capo II
Tragico incipit
Lettera ad un neonato

“Peso leggero il lenzuolo di lino
l’augurale camicina di seta.”

Aria, invochi? Ti mancava l’aria forse quando nascesti e a forza a rischio di soffocare ingoiasti ingurgitasti a fatica qualche molecola della più sottile materia nei tuoi polmoni piccoli forse quanto un gheriglio. La poca aria ne cavò un grande urlo. Spaventò forse anche te? Il primo vagito venne dal vuoto che per la prima volta si riempì. Di così poco. Ma era gioco forza era destino era la tua prima prova.
Tu conoscevi un liquido denso, colloso; la tua pelle conosceva quel contatto, il tuo peso vi si dondolava indolente che ne fu nutrito. Con tatto, certo, durante quei nove mesi ti comportasti verso tua madre; e lei pure, conscia di quel primo dei sensi che sviluppavi, con tatto ti parlava col canto della sua voce stabiliva un continuo contatto per il tuo senso dell’udito molto fine, che non voleva essere turbato.
Dunque sei all’aria tu quasi intatto ma toccato già dalla vita per quel poco di aria tu stralunato nuovo nato perdi un neurone dopo l’altro e sarà così una perdita accelerata, volano via a sciami tu certo l’avverti il vuoto.
Perché la nascita inizia una rovinosa scivolata verso la morte, una decrescita magari appena per consunzione ma sai che fosti generato per degenerarti.
Cosa ti manca? Bisogna supplire all’improvvisa scossa, all’assenza della placenta e del bagno amniotico.
Ti manca la parola, tu non chiedi che con altro inarticolato pianto.
A tratti è attenuato il vuoto da un più ruvido abbraccio se ti ninnano. Ti tengono: che vuol dire? Impedito nel moto fisico, non cammini dapprima ma non sapresti dove andare. Ti fai capire, si fa parola una parte del pianto.
Vorresti i visceri, e la certezza. Quanto al resto sai ancora farne a meno. Ben che vada resta il contatto con il seno. Mal che vada presto parleremo.

Capo III
Cuore fegato polmoni e altri visceri di vero
Articolo per il quotidiano

“the smouldering embers blush”
J1132 E. D.

Furon già più che cibo per i gatti, materia prima per divinazioni. Oggi più che sacrificate quasi abolite. Recuperare il rito significa materializzare letterariamente il momento: quel presente che vive solo tra passato e futuro ma vive solo se li assorbe del tutto, senza vanificarli, senza il minimo spreco.
Tutta la memoria e tutta la fantasia si concentrano in certi fortunati attimi delle nostre vite, allo stesso modo del cibo che nelle interiora preposte deposita essenze.
Sostanzialmente elementi molto volatili, come ossigeno e sappiamo quanto vitale, anche ossigeno carburato spesso, cioè legato al carbonio che sappiamo costituire pressoché tutta la materia organica, come dire quasi tutta la natura, in pratica il pianeta. Terra, humus: compresi i cicli di rigenerazione.
Insieme all’acqua, o all’aria più o meno umida, sono allo stato attuale questi i pochi dati della chimica e della fisica, delle scienze insomma che abbiamo dovuto e voluto rammentare qui per riconoscimento, noblesse oblige.
Ma che purtroppo sono ben lungi oh quanto lungi, dal sollevare il nostro presente.
Paura e preoccupazione non ci facilitano il compito che tutti ormai vorremmo assumere, ormai propagandato da tempo ma quindi anche già svuotato da ideologie mentali.
Arginare il crollo che in genere ci sovrasta vuol dire impegno testardo a stare nel presente, quello arricchito cioè, quello che racchiude in sé tutto il passato, tutto il possibile futuro.
Hic et nunc non è semplice. All’uopo prospettavamo pocanzi per soccorrere alla bisogna, un rito. Che sia antico o variato, di per sé un rito sacrificale che asseconda la tendenza già forte di concentrarsi su una perdita, un fatto decisamente frequente sia per le speci nell’humus che per l’humus stesso.
Se il presente è la perdita, sarà un primo passo farne un rito e che ci assorba il più possibile per il momento. Ah poveri noi quanto e quanto spesso dal più futile e insignificante gingillo al sommo bene ne lamentiamo.
Non è fine a sé stesso il lamento; per quanto possa disgustarci irritarci sui marciapiedi della fretta, se lo convogliamo gentilmente nel rito, lo contempliamo con un tocco di distacco, lo consideriamo una richiestadiaffetto, in breve. Ci disponga all’ascolto, si faccia un benedetto silenzio finalmente, taccia il turbine solito che ci distrae. Ben venga il rito.
Là per là, siccome non si può rimanere senza nulla, voglio dire sgombro l’animo se non dall’afflizione, chè si può sì tentare di fare il vuoto piuttosto orientale e tanto decantato. Però non si entra mai nei buchi neri, sebbene li si studierà ancora a lungo. Non pare adatta la nostra materia a farsi antimateria, o in qualche modo ad essa compatibile.
Facciamocene una ragione, e immaginiamo un rito. Lentamente e gradatamente l’attenzione si sposti si focalizzi. Brucino pure qualche grammo di interiora animali, ne scruti pure qualcuno i fumi e altri segnali. Noi osserviamo l’aria e annusiamo l’atmosfera. Non è cosa da nulla. Non di poco momento. E siamo vivi.

Capo IV
Minima moralia

…ho pensato a una mente viva – una mente intera – completa fin nei minimi particolari. Con tutto quel che si sa, quanto poi non si sa? Un tempo immaginavo che uno sapesse tutto a eccezione di una specie di nocciolo misterioso (o quanto meno ne aveva la possibilità). Ma ora credo proprio il contrario.
K. M., Letters, 17.1.1921

Fra i due poli, “tutto è già stato detto” e “tutto è ancora da dire”, entrambi interamente veri, sapersi situare è per lo scrittore trovare la propria misura di tempo dedicato a scrivere e tempo dedicato a leggere. Per scrivere l’importante è leggere: chi leggere e quanto, ognuno sa, sentirà da sé seguendo suo gusto. Solo questioni di buon senso quelle a cui si riducono tutte le cose che si possono tramandare di generazione in generazione, e in fatto di consigli. I maestri di uno scrittore sono via via coloro che egli sceglie di leggere continuamente e con passione.
Le forze del sentire e la passione per la scrittura altrui, la gioia con cui si legge: sono qui i paesaggi, gli unici dove può presentarsi la nuova ispirazione e qualcosa da raccogliere che ti è stato offerto, ha messo radici e ora ti “ditta dentro”.
Il modo nuovo in cui dire sempre le stesse poche cose, gli stessi sentimenti, le stesse emozioni che prova l’umanità intera e fioriscono tutto l’humus, la novità che potresti aggiungere a quel che già esiste e fu e a quel che ne resta, è una questione di fatica sulla forma, di molta esperienza e di lunghe prove e lavorìo; ma nasce anche la creatività, il seme di essa, la voglia di fare, nasce sempre dall’ispirazione.
Da qualcosa che sta oltre la nostra esperienza sensoriale, dalla capacità di accogliere chi ci ha preceduto, capienza, dall’empatia con cui leggiamo. In ottica storica le piccole variazioni, quel che ci può apparire una minima crescita dell’umanità nella stessa definizione di umanità e altro, da quando esiste il coltivare, da posizioni preistoriche piuttosto che dal cannibalismo, alle conoscenze dell’aggressività che vorremmo acquisire: cambiamento che è stato e altro che auspichiamo sono i minimi spostamenti che chi scrive ha il compito di rilevare, il suo apporto, il suo mestiere.
La parte di ombre che fa giungere a coscienza sarà una piccola parte rispetto all’enorme vastità del mistero che ci pervade e avvolge e rimarrà mistero, insondabile. Ma la piccola parte che a volte si illumina in parte, e in parte a nostro favore, è diversa di volta in volta; il mistero è come un mare pieno di correnti che formano onde e rivoltano senza fine inesorabilmente finchè ci sono, le particelle d’acqua.

Capo V
Sul passato en passant

Fortuna puoi dirla ora se, posto che il cuore sia sgombro, ha luogo la gioia. Ne accenni l’amico di sfuggita la bellezza e tu gioisci.
Erano troppe. Erano così tante le cose che giocoforza le chiamassimo promesse. Era tutto un invito. La festa attenda dicevi senza neanche chiedere quale. Una delle tante. Erravi il nome. Non sono morte le speranze. Quelle e troppe erano le cose.
Fu solo naturale e ovvio ci figurassimo, data la profusione, alludessero ad altro.
Non fu colpa l’abbaglio.
Quando il paesaggio cambia, si fa arido, volata la fertilità, impossibile illudersi, lo sai e non sai come, le cose ora sono poche. Fai forse meno passi più faticati pur negli stessi luoghi, e dove tu giovane e dove ora il giovane vede altro. O sono occhi vecchi che non vedono come una volta. Sia come sia.
Vedi che nemmeno hai scelta. Se ancora avrai vita sarà questa. Una cosa ogni tanto. Ma sai che non è altra da sé.

Capo VI
Una soluzione finale

..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura? (T. Landolfi, Del meno, 1978 – da La valigia)

Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.
La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.
“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare ché ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, ché aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.
Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.
Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.

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Francis Ponge, Le more (traduzione di Valerio Magrelli)

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente, certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere riempite da una goccia d’inchiostro.

Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta, offrono lo spettacolo d’una famiglia altera nelle sue diverse età.

Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

Ma il poeta, nel corso  della sua passeggiata professionale, li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,  dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more, perfettamente more sono, e mature — così come è fatta anche questa poesia».

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Rainer Maria Rilke, Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge

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Die Aufzeichnungen des Malte Laurids Brigge
11. September, rue Toullier
So, also hierher kommen die Leute, um zu leben, ich würde eher meinen, es stürbe sich hier. Ich bin ausgewesen. Ich habe gesehen: Hospitäler. Ich habe einen Menschen gesehen, welcher schwankte und umsank. Die Leute versammelten sich um ihn, das ersparte mir den Rest. Ich habe eine schwangere Frau gesehen. Sie schob sich schwer an einer hohen, warmen Mauer entlang, nach der sie manchmal tastete, wie um sich zu überzeugen, ob sie noch da sei. Ja, sie war noch da. Dahinter? Ich suchte auf meinem Plan: Maison d’Accouchement. Gut. Man wird sie entbinden – man kann das. Weiter, rue Saint-Jacques, ein großes Gebäude mit einer Kuppel. Der Plan gab an Val-de-grâce, Hôpital militaire. Das brauchte ich eigentlich nicht zu wissen, aber es schadet nicht. Die Gasse begann von allen Seiten zu riechen. Es roch, soviel sich unterscheiden ließ, nach Jodoform, nach dem Fett von pommes frites, nach Angst. Alle Städte riechen im Sommer.
  I quaderni di Malte Laurids Brigge

 

11 settembre, rue Toullier
Così, qui dunque viene la gente per vivere; penserei piuttosto che si muoia, qui. Sono uscito. Ho visto: ospedali. Ho visto un uomo che barcollava e cadeva. La gente gli si  raccolse intorno, questo mi risparmiò il resto. Ho visto una donna gravida. Si spingeva faticosamente lungo un muro alto e caldo, che ogni tanto tastava, come per accertarsi se ci fosse ancora. Sì, c’era ancora. Dietro? Cercai sulla carta: Maison d’accouchement. Bene. La sgraveranno – lo si può fare. Più avanti, rue Saint-Jacques, un grande edificio a cupola. La carta diceva: Val-de-grâce, Hôpital militaire. Non avevo davvero bisogno di saperlo, ma non importa. Il vicolo cominciava a puzzare da tutte le parti. Puzzava, per quanto si poteva distinguere, di iodoformio, di unto di pommes frites, di angoscia. Tutte le città puzzano, d’estate.

Una soluzione finale

..se un’immagine superna ci raggia dentro, potremmo mai piegarci a una sua pallida contraffattura?                                (T. Landolfi, Del meno, 1978 da La valigia)

Se di vita in vita c’è un trapasso, non altrimenti sarà figurabile un più o meno veloce processo di distillazione che lasci semplicemente la frazione meno sublime a bagno in un’ampolla e ne liberi come un fiato quella più volatile d’ognuno: e come non divisarla per la più preziosa? Più pura, forse in quanto inafferrabile ovvero non immediatamente ricatturabile o riconvertibile, e nemmeno afferrabile mentalmente se oltre la sua provenienza altro non si destini che il mistero.

La frazione materia, meno mobile, più riconoscibile, destinata certo ad alimentare tramite il proprio dissolvimento, il protrarsi di questo ciclo.

“Altrimenti detta storta, dritta non è.” Seppure la suddetta trasformazione segua un ordine naturale delle cose. Infatti verso la fine ci s’accorge inevitabilmente di quanto stoni un’anima vecchia, sì invecchiata e da ciò magari nobilitata, pura magari quanto agli inizi, saggia per aver indenne attraversato vicende, ma infine stanca: e come potrà non domandare chè ci azzecca lei ancora trattenuta, impedita dai vincoli, chè aver ancora a che fare con un calcificato corpo grinzoso di mille ambasce, esoso di sempre più pressanti preoccupazioni, fonte di moltiplicate cure, e via via meno attraente. Nulla di più ordinato e poi auspicato che separarsi se diversi irrimediabilmente si rivelino i destini.

Così sempre di più stride la discordanza dei due elementi, la differenza di peso delle loro reciproche intime nature.

Da ambo le parti si reclama: torni terra il corpo e l’anima aria.

Francis Ponge, Le parti pris des choses (anche pdf di versioni italiane)

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f.ponge versioni varie

 

da “Le parti pris des choses”, 1942

(Versione dal francese di C. Adezati dove non altrimenti indicato)

Pioggia

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è una tenda sottile ( o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente assai leggere, una precipitazione sempiterna senza vigore, una frazione intensa di meteora pura. A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con più rumore gocce più pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco di grano, là di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro, sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Lungo l’intera superficie di un piccolo tetto di zinco che lo sguardo vede giù a piombo, essa cola in strato molto sottile, marezzato dalle correnti variate secondo le impercettibili ondulazioni e bozzoli della copertura. Dall’attigua grondaia da cui scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza grande pendenza, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, al suolo dove si rompe e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un’andatura particolare; le corrisponde un rumore particolare. Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato, tanto preciso quanto arrischiato, come un’orologeria la cui molla è il peso di una massa data di vapore in precipitazione.

La suoneria a terra dei fili verticali, il gluglu delle grondaie, i minuscoli colpi di gong si moltiplicano e risuonano insieme in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è distesa, certi ingranaggi continuano a funzionare per un po’, via via più lenti, poi tutto il meccanismo si ferma. Allora se il sole riappare tutto si cancella subito, il brillante apparecchio evapora: è piovuto.

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Traduzione di Valerio Magrelli:

La pioggia, nel cortile dove la guardo cadere, scende con andature assai diverse. Al centro è un sipario sottile (o reticolato) discontinuo, una caduta implacabile ma relativamente lenta di gocce probabilmente molto lievi, un precipitare sempiterno senza vigore, una frazione intensa della meteora pura.
A poca distanza dai muri di destra e di sinistra cadono con maggior rumore
gocce piú pesanti, individuate. Qui sembrano della grandezza di un chicco
di grano, lí di un pisello, altrove quasi di una biglia. Sui listelli di ferro,
sui davanzali delle finestre, la pioggia corre orizzontalmente, mentre sulla faccia inferiore degli stessi ostacoli si sospende in rombi convessi. Seguendo l’interna superficie di una tettoia di zinco che lo sguardo sovrasta, cola in strato sottilissimo, marezzato dalle correnti variate a seconda delle impercettibili ondulazioni e sporgenze della copertura.
Dalla grondaia attigua dove scorre con la contenzione di un ruscello infossato senza forte pendio, cade di colpo in un filo perfettamente verticale, grossolanamente intrecciato, fino al suolo dove si rompe
e rimbalza in aghetti brillanti.

Ogni sua forma ha un andamento particolare;
a ognuna corrisponde un rumore particolare.
Il tutto vive con intensità come un meccanismo complicato,
preciso quanto arrischiato, come un movimento a orologeria
la cui molla è il peso di una data massa di vapore in precipitazione.

La suoneria a terra delle reti verticali, il glúglú delle grondaie,
i minuscoli colpi di gong, si moltiplicano e risuonano assieme
in un concerto senza monotonia, non senza delicatezza.

Quando la molla si è allentata, alcuni ingranaggi continuano a funzionare
per un po’, sempre piú rallentati, poi tutto il meccanismo si ferma.
Allora, se il sole riappare
tutto si cancella rapidamente, evapora il brillante apparecchio: è piovuto.

 

La fine dell’autunno

Tutto l’autunno alla fine non è che una tisana fredda. Le foglie morte di ogni essenza macerano nella pioggia. Nessuna fermentazione, nessuna creazione di alcol: bisogna aspettare la primavera per l’effetto di un ‘applicazione di compresse su una gamba di legno.

Lo spoglio si fa nel disordine. Tutte le porte della sala dello scrutinio si aprono e si chiudono sbattendo violentemente. Cestina, cestina! La Natura strappa i suoimanoscritti, demolisce la sua biblioteca, abbatte rabbiosamente i suioi ultimi frutti.

Poi si alza bruscamente dallo scrittoio. La sua statura subito sembra immensa. Spettinata, ha la testa nella bruma. Le braccia spenzolanti, aspira con delizia il vento ghiacciato che la rinfresca, le idee. I giorni sonobrevi, la notte cade in fretta, il comico perde i suoi diritti.

La terra nell’aria fra gli altri astri riprende la sua aria seria. La parte illuminata è più stretta, infiltrata di valli d’ombra. Le sue scarpe, come quelle di un vagabondo, s’impregnano d’acqua e fanno della musica.

In quest’acquitrino, in quest’anfibiguità salubre, tutto riprende forza, salta di pietra in pietra e cambia di prato. I ruscelli si moltiplicano.

Ecco ciò che si chiama una bella pulizia, e che non rispetta le convenzioni! Vestiti come nudi, bagnati fino all’osso.

E poi questo dura, non secca tutto d’un tratto. Tre mesi di riflessione salutare in questo stato; senza reazione vascolare, senza accappatoio né guanto di crine. Ma la sua forte costituzione resiste.

Così quando ricominciano a spuntare le piccole gemme, esse sanno quel che fanno e di cosa trattasi, e se si mostrano con precauzione, intorpidite e arrossate, è con cognizione di causa.

Ma lì comincia un’altra storia, che dipende forse ma non ha lo stesso odore della riga nera che mi serve a tirare il tratto qui sotto.

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Le more

Sui cespugli tipografici costituiti dal poema, su una strada che non porta  fuori dalle cose nè verso lo spirito, certi frutti sono formati da una agglomerazione di sfere che una goccia di inchiostro riempie.

Neri, rosa e kaki insieme sul grappolo, offrono più lo spettacolo di una famiglia burbera nelle sue diverse età, che una tentazione molto viva a raccoglierle.

Vista la di sproporzione tra semi e polpa, gli uccelli le apprezzano poco, così poca cosa in fondo resta loro quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

Ma il poeta nel corso della sua passeggiata professionale, ne prende a modello (la grana) a ragione: “Così dunque, lui si dice, riescono in gran numero gli sforzi pazienti di un fiore tanto fragile benché difeso da un arcigno intricarsi di rovi. Senza molte altre qualità, more, perfettamente son more/mature – come anche questo poema è fatto.”

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Traduzione di Valerio Magrelli:

 

Sui cespugli tipografici costituiti dalla poesia, su una

strada che non porta né fuori dalle cose né verso la mente,

certi frutti sono formati da un agglomerato di sfere

riempite da una goccia d’inchiostro.

Neri, rosa e cachi insieme sul grappolo, più che un allettante invito alla raccolta,

offrono lo spettacolo d’una

famiglia altera nelle sue diverse età.

Vista la sproporzione tra i semi e la polpa, gli uccelli li

apprezzano poco, tanta poca cosa in fondo resta loro

quando dal becco all’ano ne sono attraversati.

Ma il poeta, nel corso  della sua passeggiata professionale,

li prende giustamente a modello: «In questo modo dunque,

dice tra sé e sé, riescono in gran numero gli sforzi

pazienti di un fiore fragilissimo, per quanto difeso

da un arcigno intrico di rovi. Senza molte altre qualità — more,

 perfettamente more sono, e mature — così come è fatta

anche questa poesia».

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Il ciclo delle stagioni

Stanchi di essersi contratti per tutto l’inverno gli alberi tutt’a un tratto si lusingano di essere ingannati. Non si possono più tenere. Mollano le loro parole, un fiotto, un vomito di verde. Cercano di arrivare a una fogliazione completa, di parole. Tanto peggio! Si ordinerà come potrà! Ma davvero essa si ordina! Nessuna libertà nella fogliazione…Lanciano, perlomeno lo credono, non importa quali parole, lanciano gambi per sospendervi ancora parole: i nostri tronchi, pensano, sono qua per assumersi tutto. Si sforzano di celarsi, di confondersi gli uni negli altri. Credono di poter dir tutto, di poter ricoprire interamente il mondo di parole variate. Non dicono che “gli alberi”.

Incapaci perfino di trattenere gli uccelli che si partono da loro mentre si rallegravano già di aver prodotto sì strani fiori. Sempre la stessa foglia, sempre lo stesso modo di spiegarsi e lo stesso limite, sempre foglie simmetriche a sé stesse simmetricamente sospese! Tenta ancora una foglia! –La stessa! Ancora una! –La stessa. Niente potrebbe fermarli se non improvvisamente questa riflessione: “Non si esce dagli alberi con mezzi d’alberi”. Una nuova stanchezza, e un nuovo ripiegamento morale. “Lasciamo ingiallire tutto, e cadere. Venga lo stato taciturno, lo spoglio, l’ AUTUNNO”.

 

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R. C. Seine N°

 

E’ da una scala in legno mai tirata a cera da trent’anni, nella polvere delle cicche gettate sulla porta, nel mezzo di un plotone di piccoli impiegati meschini e selvaggi allo stesso tempo, in bombetta, la loro valigia da zuppa in mano, che due volte al giorno inizia la nostra asfissia.

Una luce reticente regna all’interno di quella scalcinata chiocciola, dove fluttua in sospensione la raspatura del legno grezzo. Al rumore delle calzature issate faticosamente da un gradino all’altro, intorno a un sudicio asse, ci avviciniamo ad un’andatura da chicchi di caffè all’ingranaggio stritolatore.

Ognuno crede di muoversi allo stato libero, perché un’oppressione estremamente semplice lo obbliga, la quale non differisce molto dallagravità: dal fondo dei cieli la mano della miseria gira il macinino.

L’uscita, per la verità, non è per la nostra forma poi tanto pericolosa. Questa porta che dobbiamo attraversare non ha che un solo cardine di carne della grandezza di un uomo, il sorvegliante che l’ostruisce per metà: piuttosto che di un ingranaggio, si tratta qui di uno sfintere. Ciascuno ne è subito espulso, vergognosamente sano e salvo, tuttavia molto depresso, tramite budella lubrificate a cera, con fly-tox, con la luce elettrica. Improvvisamente separati da lunghi intervalli, ci si trova allora in un’atmosfera che dà alla testa, da ospedale, a durata indefinita delle cure, per il dover trattenere le piatte borse, a filare a tutta velocità attraverso una sorta di monastero-pattinaggio dove i numerosi canali si tagliano ad angolo retto, –  e l’uniforme è la giacca logora.

Subito dopo, in ogni reparto, con un rumore terribile, gli armadi dalle cerniere di ferro, – da cui i dossiers, come orribili uccelli-fossili familiari, snidati dai loro strati, scendono pesantemente a posarsi sui tavoli dove si scuotono. Uno studio macabro comincia. O analfabetismo commerciale, al rumore delle sacre macchine, ha luogo ora la lunga sempiterna celebrazione del tuo culto che si deve servire.

Tutto s’inscrive a misura su stampati in diverse copie, dove la parola riprodotta in color malva sempre più pallido finirà indubbiamente per dissolversi nel disdegno e la noia della stessa carta, non fossero gli scadenziari, quelle fortezze di cartone blu molto solido, bucati al centro da un lucernaio tondo, a evitare che un foglio inserito possa dissimularsi nell’oblio.

Due o tre volte al giorno, nel mezzo di tale culto, il corriere multicolore, radioso e bestia come un uccello delle isole, emesso fresco fresco dalle buste marcate di nero dal bacio delle poste, se ne viene dritto a posarsi davanti a me.

Ogni foglio estraneo allora viene adottato, affidato a una piccola colomba di casa nostra, che lo guida a destinazioni successive fino alla sua classificazione.

Alcuni bijoux servono a questi attaccamenti momentanei: angoli dorati, fermagli parigini, fibbie, attendono in ciotole la loro utilizzazione.

A poco a poco intanto, mentre l’ora avanza, il flusso sale nei cestini della carta. Quando sta per debordare è mezzogiorno: una stridente suoneria invita a sparire immediatamente da questo luogo. Riconosciamo che nessuno se lo fa dire due volte. Una perduta corsa si disputa sulle scale, dove i due sessi autorizzati a confondersi nella fuga, quando non lo erano all’entrata, si spingono e sgomitano a più non posso.

È a questo punto che i capiservizio prendono veramente coscienza della loro superiorità: “turba ruit oppure ruunt”; essi, ad andatura da preti, lasciando passare il galoppo di monaci e monachelli d’ogni ordine, visitano lentamente il loro dominio, circondati da privilegi di vetrate smerigliate, in un decoro ove le virtù imbalsamanti sono la boria il cattivo gusto e la delazione, – e raggiungendo il loro spogliatoio, dove non è raro si trovino guanti, canna, sciarpe di seta, si sbarazzano di colpo della loro smorfia caratteristica e si trasformano in veri uomini di mondo.

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prosalirica

Chiara Adezati

PAESAGGI DI UN PAROLAIO

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Indice

  • La scienza della coscienza
  • L’operatore turistico (operetta)
  • Stromboliana
  • Meditazioni mediterranee
  • Janu dedita
  • Capienza: pieni e vuoti
  • Violette di viottolo
  • Niente se non vivere, vivere e nient’altro

La scienza della coscienza

Oh ora felice! che passi come le altre. Il bello dell’onda che culla, poesia della vita. Finalmente ho trovato cos’è: la gioia di affezionarmi! A chiunque. Comunque sia. Il moto adoro di provare l’immoto attaccamento costante.

Ho trovato la costante della mia vita tra parentesi, quindi l’equazione nella semplice formulazione, risolta da complicate variabili.

Chiare e tonde, queste; ma poco ahimè dipende da me.

V = K (x).

Vale sempre.                                                         (tecnicamente: ambito di defnizione. N.d.a.)

Significa che qualunque andamento assuma la vita, in salita, in discesa, con o senza picchi, c’è sempre una relazione stretta, diretta, fra la vita e questa costante.

Abbaglia, la scoperta; come mi fosse caduta la mela in testa, come il genio dell’energia, come il quanto fondamentale, come la dimensione , come i due poli della pila, come la legge di natura. Sconvolgente come aver collegato la morte alla vita, come il bagno pitagorico. Come dire sì e no. Paradossale semplicità del complicato complice.

Risibile speculazione quando basta dare un nome alla cosa. Nel sistema finito delle incognite permette soluzione: eleganza.

L’operatore turistico (operetta)


Per progettare una vacanza si colloca un calendario a fianco a una carta geografica, si sceglie una data su quello e un luogo su questa, si crea un collegamento, si raccolgono nei pensieri informazioni atte ad esaltare il desiderio di tali congiunture, onde si dia luogo a procedere; indi si racattano quattro ravatti e si parte.

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Stromboliana

Arrivando a vela sotto il vulcano al crepuscolo, lapilli rossi incandescenti rotolavano rimbalzando lungo i fianchi fino in acqua.

A notte fonda a lato del conico cratere splendeva la luna piena.

Sul mare nero, in perfetto silenzio, sotto il mascone si congiungeva placida la scia gialla della luce lunare con quella rossa dei riflessi dell’eruzione.

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Meditazioni mediterranee

L’amore che voglio è sullo sfondo, un orizzonte che si allontana e si avvicina, su onde mosse. Con le lenti d’ingrandimento del cannocchiale la prospettiva si avvicenda in alternanza. Da me a altro da me. Sola, tutt’uno col mondo.

E la passione ha la consistenza, fra il liquido e l’aeriforme, delle nuvole. Foriera di cambiamenti, è per lei che si cambia; persino il carattere, in lunghe evoluzioni.

Il mare è un sogno. In cui si trova traccia di tutto quello che c’era nel cuore dei morti.

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Janu dedita

Ogni cosa…e il suo rovescio. Infinito biforcarsi. Penso a qualcosa di fluviale che torna al mare accresciuto dalla permeabilità. Emissari. Restituibilità ambientale. Inesorabili guardavo assorta compiersi i riti della vita e della morte.

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Capienza: pieni e vuoti

Tacere è l’unica risposta adeguata. Mai pensieri per me sola. Che non dovessi subito dire. Il passo breve a pensare quel che si ‘deve’ dire. Non vedrei il senso di pensare, se non per dire. Ma così per dire.

Due diversi filoni intersecati. Il fare pensiero e il fare parole. Come un codice genetico: bello l’elicoidale!

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Violette di viottolo

Non ho sbagliato l’entrata. E’ proprio questa. Questa e nessun’altra è la mia vita. Proprio la mia; la mia e di nessun altro. Nemmeno la rubo a fianco, dritta per la mia strada, se solo intravedo il mare. O il cielo, o la mimosa in fiore. Oggi un pugno di violette su un binario arrugginito.

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Niente se non vivere, vivere e nient’altro

Il telefono l’ho appeso al chiodo. Al telefono ho attaccato un bottone. Che si schiodi. Che smetta d’essere abbottonato.

Se qualcuno ti manca hai due scelte. O lo cerchi o sopporti finchè impari a farne a meno. La bontà dell’approssimazione: venirsi incontro gettando via gli orpelli.

Sinite pargulos… Siamo tutti bambini rovinati.

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