in questione

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L’appassionante annosa questione

 

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Il mio intento è far traduzioni pessime. Tanto simili però all’originale da risultare quasi illeggibili. In modo tale da originare, nell’avversione per lo spreco, la preferenza per la lingua straniera ancora sconosciuta; nello sprezzo per il mio lavoro vano e paziente, rendere abbordabile, desiderabile, necessario lo studio di una lingua straniera; illudere forse della facilità di tale scopo.

Auspico e auguro a tutti gli studiosi traduzioni tanto scorrette nella lingua di arrivo; al costo di mantenere anche solo l’etimo di ogni parola che ne offra un ricordo, di perpetuare una sintassi, una punteggiatura persino: per non dire delle ripetizioni, quasi all’autore degno delle nostre attenzioni mancassero i termini. Traduzioni tanto poco armoniche da non scorrere affatto. Vanità delle vanità: lo pseudonimo da adottare sarà Qohelet. Il mio intento è Weltliteratur, il cui imprescindibile primo passo è la passione per le lingue altrui. Oltre a quello di farci ridere.

Traduco per rallentare le mie letture, non per velocizzare le vostre.

 

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Spendiamo ancora due parole e un blog, a favore di questo tipo di lavoro:

 

True to text

Palestra di traduzione il più letterale possibile

 

Per libri con testo originale a fronte, per lettori con una minima base di conoscenza della lingua dell’originale, che desiderano ampliare la conoscenza della cultura del mondo in cui è nato quel testo.

Traduzioni pensate per essere aiuto e invito alla lettura approfondita. Traduzioni source-oriented, quindi, orientate più alla sorgente che al prodotto in sé stesso.

Le ‘belle infedeli’ prosperarono soprattutto fino al secolo scorso ma vengono tuttora spesso adottate nelle edizioni letterarie. La fedeltà al testo è dichiaratamente un criterio secondario. Al contrario qui interessa il rispetto dell’originale. A seconda dello scopo, p.es. libro teatro canzone, le scuole di traduzione distinguono diversi procedimenti, di cui uno sarà privilegiato e tutti gerarchicamente ordinati. Il prodotto di una traduzione è comunque un agglomerato in cui si salva il salvabile. Alcuni  procedimenti sono obbligati ai fini della comprensibilità, così la grammatica o la trasposizione sintattica. Resta la scelta di priorità fra la resa di elementi quali il suono, il senso, lo stile o il vocabolo, e se mai la metrica, la rima, l’assonanza ecc. ma anche un’immagine, una metafora o un modo di dire.

Ai nostri fini il ‘procedimento’ allora è quello che assume il contenuto ‘denotativo’, qualificante e caratterizzante, come invariante superiore di rango. In pratica succede questo: sta alla sensibilità e capacità intuitiva del traduttore il saper leggere con tanta attenzione da capire cosa stesse più a cuore all’autore. E come secondo passo sta alla sua conoscenza delle lingue, da cui e verso cui traduce, dare frase per frase il primato a un invariante, a quel che potrà cambiare di meno. I passi sono: ascoltare l’autore; valutare dove l’autore mette l’accento espressivo; trovare vocaboli, stile, espressione idiomatica ecc. più simili e confacenti; dare le priorità fra quel che si potrà mantenere e quel che si dovrà cambiare.

Occorrono empatia e capacità di immedesimarsi, oltre alle conoscenze linguistiche. Poi è una questione di gusto, e tutto considerato, tradurre è un’attività creativa e ricreativa.

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Nei percorsi del viaggio ‘LEGGERE E SCRIVERE’ viene voglia a volte di imparare altre lingue. Accadde a molti.

Un contributo, qui. Spero di essere utile. Almeno a chi prediliga le versioni interlineari, le traduzioni più possibile letterali: per cercare la poesia nella v.o.

La mia vuol essere anche una testimonianza, a me sembra di poter penetrare meglio nel tessuto altrui.

Chi ama la poesia ha tempo per imparare qualche lingua! da autodidatta e direttamente dal testo (come dimostra la scienza della didattica). Oso dire.

LA TRADUZIONE DOVREBBE ESSERE SEMPRE A SCOPO DIDATTICO,

per imparare una lingua, e non per leggere autori stranieri nella propria. Uno strumento per  chi vuole

LEGGERE IN LINGUA.

Di qui la scelta del ‘più letterale possibile’. Gli autori stranieri saranno più contenti. E il vostro orecchio anche.  In  ‘categorie’ troverete diversi esempi. Auspico suggerimenti da chi ha migliorie da proporre, nonchè aiuto, per i LAVORI IN EVOLUZIONE.

 

Perchè la versione interlineare:  PER NON INTACCARE IL SUBLIME

Trovo umano che l’abbellimento sfugga al nostro controllo di traducenti, eppure se ricorro a una traduzione, preferisco quella tanto letterale da rasentare l’incomprensibile e rimandare alla lingua dell’originale. Quando mi interessa leggere non sarà eresia rimandare l’apprendimento della pronuncia: voglio confessare che ho abbordato così alcune lingue che mai udii, lingue morte con radici individuabili in alcune vive, divertendomi più che con l’enigmistica. Lo so, è un ‘impresa. Come per gli sportivi cimentarsi con la natura, la montagna, il mare. Il senso dell’avventura piace a molti.

Provare a cimentarsi con la versione originale è una bella soddisfazione di per sè; chi lo vuole fare, vede che non è difficile.

Nel caso di Emily Dickinson, poniamo, dove naturalmente si vedono molte più buone ragioni che in altri, anche per la novità della lingua. Un lavoro sulla lingua è ciò che dimostra l’importanza di un autore, è quella parte imprescindibile dalle altre nella sua opera. Purtroppo molto di tutto questo si perde inevitabilmente se si deve cambiare lingua.

Ma: facciamo il possibile, e il possibile si amplifica.

Le maiuscole e i trattini devono essere mantenuti aldilà della nostra comprensione, e dove è possibile, anche la plurisemanticità dell’inglese oltre che dell’autrice. Bisogna inoltre tener presente che in inglese l’uso dell’articolo, sia determinato che non, non si equivale all’uso in italiano.

In questo modo ho dedotto una sensazione  che Emily Dickinson, molto precisa, lasci il più possibile ‘indefinito’ per dare spicco assoluto a quanto invece le interessa definire. Questo, che è solo un esempio, si ricava dalla lingua, ma vale certo in senso metaforico.

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Essere convinti assertori di questo metodo per la maggior fedeltà possibile al testo, non impedisce affatto, in un secondo momento, di gustare variazioni sul tema.

I lavori per rendere la musicalità come quelli che per risonanza ispirano la libera associazione, possono respirare più liberamente, svincolati dalla funzione di tradurre possono ‘tradurre’, portare nuovo senso, nuova eco e nuova dignità ‘creativa’ a quel filone aureo altrettanto centrale a cui tendere, che sarà la lettura che interagisce e il dialogo fra testi.

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ESPONGO ANCORA IL MIO MODESTO PUNTO DI VISTA:

se una ‘traduzione’ è ‘bella’, ‘canta’, allora è un’opera per conto suo. Che bisogno c’è di chiamarla ancora traduzione? Un nome che la impedisce. (“se traduzione dev’essere, sia; ma…” cito Sannelli a memoria, by heart, il monaco di m.) Essa ha la dignità di un’opera e l’umiltà di derivare.

Invece la versione interlineare ha la pretesa di essere traccia per chi è intestardito su testi desueti e/o in lingue che non conosce, per chi vuole semai  Metodo Natura senza le grammatiche e i dizionari imparare una lingua, data la sua cieca fede che dall’originale sprigioni un nonsoche, data la completa sfiducia nelle traduzioni, traduce a mente. Un minimo, un bicchiere dal pozzo dell’autore amato si può attingere! Garantito succo di frutto.

Sarà stata la mia poca voglia di studiare a scuola, contro ogni miglior parere mi pareva tempo sprecato tradurre: prendevo velocemente un lavoro fatto dalla secchia di turno se m’era amica, per prepararmi, poi erano consentite solo le note a margine microscopiche a matita dalla lezione: e il testo.

Quindi traduciamo per chi odia la traduzione.

One Response to in questione

  1. chiaraadezati says:

    (Se voi siete poeti, invece, potete ripoetare quanto vi garba.)

    "Mi piace"

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